Knight of Cups, fante di coppe che divide i cuori

Christian Bale non è altro che il bambino di The Tree of Life ormai adulto che perpetua la ricerca della madre.

In Knight of Cups l'alter ego di Terrence Malick ha le sembianze di Christian Bale, tormentato protagonista della nuova parabola esistenzialista firmata dal regista texano. Il film, l'opera più attesa di questa 65° competizione berlinese - a giudicare dall'hype che la circonda - ha ricevuto un'accoglienza piuttosto fredda da parte della stampa. Sale gremite all'inverosimile, ma qualche fuga prematura dal cinema c'è stata e la ragione sta nella scelta di Malick di perpetrare quello stile che è ormai diventato il suo marchio di fabbrica. Macchina da presa fluttuante intorno ai corpi degli interpreti, plot rarefatto, uso insistito della voice over a sostituire quasi del tutto i dialoghi, predominanza di paesaggi naturalistici desertici o marini.

Knight of Cups: Natalie Portman e Christian Bale sulla battigia
Knight of Cups: Natalie Portman e Christian Bale sulla battigia

Dopo il successo di The Tree of Life, Malick prosegue nell'esplorazione di questa forma espressiva che, pellicola dopo pellicola, torna a reiterare. Il rischio è quello di ripetersi, annoiando gli spettatori, ma i legami tematici di Knight of Cups con The Tree of Life, e in parte anche con To the Wonder, sono tanto forti da giustificare le assonanze spingendoci a teorizzare l'esistenza di una trilogia della crisi. Crisi nella famiglia (The Tree of Life), crisi nella coppia (To the Wonder), crisi esistenziale (Knight of Cups) che unisce gli aspetti toccati nei due precedenti capitoli.

Fenomenologia di Los Angeles

Imogen Poots sulle spalle di Christian Bale in una scena di Knight of Cups
Imogen Poots sulle spalle di Christian Bale in una scena di Knight of Cups

Per questa sua nuova meditazione filosofico-esistenziale sulla natura umana, Terrence Malick sceglie come leit motiv i tarocchi. Da una carta dei tarocchi è mutuato il titolo del film, così come i vari paragrafi che vanno a comporre Knight of Cups. La luna, l'impiccato, l'eremita, il giudizio, la torre, la sacerdotessa, la morte, la libertà. Ogni carta evoca un sentimento, un incontro, un evento che condiziona l'esistenza di Rick (Christian Bale), rampante uomo di successo che fa parte del jet set hollywoodiano la cui vita è scandita da relazioni (fallimentari) con donne bellissime e da una tragedia familiare che condiziona i rapporti col padre e col fratello. Se stilisticamente e tematicamente la continuità del discorso che il regista porta avanti da tempo è lampante, è vero anche che Knight of Cups contiene elementi di novità a tratti spiazzanti.

La riflessione sulla potenza della natura e sulla piccolezza dell'uomo di fronte ad essa cede il passo a un'ambientazione metropolitana. Hollywood con le sue colline brulle, le highway trafficate, le asettiche periferie residenziali, le ville lussuose e le spiagge di Venice e Santa Monica, inconfondibili all'occhio allenato del pubblico cinefilo, diviene teatro delle peregrinazioni di Rick. La comparsa del contesto urbano catapulta nella pellicola nuovi ingredienti. La presenza umana si fa più massiccia e i contesti sociali si differenziano. Attraverso il personaggio di Cate Blanchett, ex moglie di Rick che si dedica alla cura dei malati e degli indigenti, il regista mette in scena la miseria del quotidiano contrapponendola al vuoto pneumatico dell'edonismo hollywoodiano. Il tutto unito al tema della rappresentazione della figura femminile salvifica, infinitamente migliore dell'uomo.

Terrence Malick riscopre la carnalità

Knight of Cups: Christian Bale, Isabel Lucas e Wes Bentley in una foto dal set
Knight of Cups: Christian Bale, Isabel Lucas e Wes Bentley in una foto dal set

A sorpresa Knight of Cups rappresenta l'occasione, per Terrence Malick, per togliersi un sassolino dalla scarpa. Il regista si ritaglia il suo momento in stile 'la grande bellezza' soffermandosi sulla sequenza di una festa hollywoodiana ambientata in una villa sulle colline e anche se il suo registro poetico è ben lontano dall'espressionismo sorrentiniano, la galleria di star che si scatenano a ritmo di musica, le battute in spagnolo dell'anima del party Antonio Banderas al quale, in un impeto di sincerità, udiamo sussurrare "Non avrei voluto il divorzio, io la amavo" (riferimento esplicito alla separazione da Melanie Griffith?) e il corteggiamento serrato da parte di Rick alla modella interpretata da Freida Pinto forniscono un ritratto impietoso di quel mondo al quale Malick ha deciso di sottrarsi molti anni fa.

In tal senso, anche se l'immagine della figura femminile continua a essere accarezzata con delicatezza dalla macchina da presa mentre fluttua leggiadra sulla sabbia o per la strada, per la prima volta vi è una sovrabbondanza di nudi femminili, con tanto di spogliarellista interpretata da Teresa Palmer, che ci riportano a una dimensione carnale, terrena. Temi nuovi che vanno ad arricchire il pensiero malickiano, però, man mano che il film avanza, queste aperture si irrigidiscono in un estetismo di maniera. La città lascia il posto alla solitudine della natura, i paesaggi magistralmente fotografati da Emmanuel Lubezki la fanno di nuovo da padrone, il dialogo tra i personaggi si interrompe per lasciare il posto al flusso di coscienza in voice over e la famiglia spezzata torna al centro della riflessione malickiana. Rick non è altro che il bambino di The Tree of Life ormai adulto che perpetua la ricerca della madre nelle sue donne, in Natalie Portman, Cate Blanchett, Imogen Poots, Freida Pinto; è il regista stesso che si lecca le ferite perpetrando nell'arte la sua necessità intima di proiettare il proprio vissuto in una dimensione altra. Quando Malick riuscirà a sublimare i traumi del passato, solo allora potrà dire addio agli archetipi per tornare a mettere in scena persone.

Movieplayer.it

3.0/5