Cronaca di una premiazione culminata con il trionfo, meritatissimo e a lungo atteso, del regista di Queens.
La 79esima edizione degli Academy Awards sarà ricordata come quella buona per
Martin Scorsese. "
Siete sicuri che ci sia il mio nome nella busta?" Così uno Scorsese euforico, ma ancora stordito, ha rotto - tra i fischi di approvazione e gli applausi della standing ovation della platea - il tabù che lo teneva lontano dalla tanto agognata statuetta, quella più prestigiosa nel mondo del cinema. Premiato da suoi compagni dell'onda lunga della New Hollywood e amici di lunga data (da ben 37 anni) -
George Lucas,
Francis Ford Coppola e
Steven Spielberg (l'unico rivale in gara perché produttore del dittico di
Clint Eastwood) -, il cineasta italo-americano realizza il suo sogno di sempre grazie alla regia di
The Departed - Il bene e il male, che si porta a casa meritatamente anche il premio per il Miglior Film, finito nelle mani del produttore
Graham King (che aveva già prodotto
Gangs of New York e
The Aviator) dopo l'assurdo split dello scorso anno
Crash - contatto fisico (film) -
I segreti di Brokeback Mountain (regia ad
Ang Lee).
"
Tutti mi chiedevano quando avrei vinto un Oscar. Me lo chiedevano in ascensore, me lo chiedeva il medico quando mi facevo le radiografie, me lo chiedevano per strada", ha aggiunto Scorsese che ringraziando i suoi collaboratori storici, dal direttore della fotografia
Michael Ballhaus a
Thelma Schoonmaker, vincitrice del terzo Oscar per il montaggio di un film sotto la direzione di Scorsese (dopo
Toro scatenato e
The Aviator), e il suo immenso cast (ingiustamente snobbato nelle nomination,
Mark Wahlberg a parte), non ha voluto rinunciare a salutare il figlio di sette anni, raccomandandogli di "saltare sul letto e di fare un sacco di casino in albergo".
Sono quattro, in definitiva, gli Academy Awards conquistati da
The Departed: oltre a film, regia e montaggio, alla pellicola di Scorsese va anche l'importante riconoscimento della sceneggiatura non originale, tratta dalla trilogia di
Infernal Affairs e scritta da
William Monahan, che ha confessato di aver voluto diventare sceneggiatore dopo aver visto
Lawrence d'Arabia, il cui protagonista
Peter O'Toole era nominato ieri sera nella categoria di miglior attore per la sua interpretazione in
Venus. Tre statuette sono state, invece, assegnate al mattatore messicano
Il labirinto del fauno, che supera il più favorito
Babel di
Alejandro González Iñárritu - solo un Oscar per la colonna sonora di
Gustavo Santaolalla - e
I figli degli uomini dell'altro connazionale in gara
Alfonso Cuarón, vincendo l'Oscar per il miglior trucco, le migliori scenografie e la migliore fotografia (categoria dove il favorito era proprio l'
Emmanuel Lubezki di Children of Men in virtù della sua vittoria dell'ASC Award, riconoscimento di categoria dei direttori della fotografia). Peccato che il film di
Guillermo Del Toro, particolarmente apprezzato dalla critica a stelle e strisce, abbia perso il titolo di Miglior Film straniero di fronte al rappresentante tedesco
Le vite degli altri, trionfatore anche agli Efa (European Film Awards), e diretto da un
Florian Henckel-Donnersmarck davvero sorpreso ed entusiasto del risultato.
Due assegnazioni a testa (attrice non protagonista,
Jennifer Hudson, e miglior sonoro) per una delle delusioni di questa edizione, il film musicale
Dreamgirls di
Bill Condon, a cui - per la temibile legge della divisione dei voti - sono sfuggiti l'Oscar per la miglior canzone, dove si presentava agguerrito con tre pezzi (interpretati con furore e grinta dalla stesse Jennifer Hudson e da
Beyoncé Knowles), ma soprattutto la statuetta per
Eddie Murphy, dato per stra-favorito nella categoria di miglior attore non protagonista, e che si è dovuto invece arrendere al terribile pluri-settantenne
Alan Arkin, il nonno di
Little Miss Sunshine. E la commedia indipendente di
Jonathan Dayton e
Valerie Faris, dopo il premio del sindacato dei produttori (PGA), del sindacato sceneggiatori e di quello degli attori per l'intero cast, si conferma un osso duro sbaragliando la concorrenza sul fronte dello script di
Michael Arndt non ispirato da precedenti fonti letterarie o cinematografiche. Passando agli attori, oltre alla sorpresa di Alan Arkin, si segnala una vittoriosa - ed emozionata - Jennifer Hudson, esordiente di lusso dopo la partecipazione al reality statunitense
American Idol; una sempre impeccabile
Helen Mirren, vincitrice ampiamente annunciata per
The Queen, e un commosso e commovente
Forest Whitaker, salutato per la sua performance ne
L'ultimo re di Scozia dalla speciale standing ovation dei suoi colleghi nominati, e autore di uno dei più bei discorsi di ringraziamento ascoltati nelle ultime edizioni degli Oscar. "
Quando ero bambino, l'unico modo di vedere film per me era stando seduto sul sedile posteriore dell'auto dei miei genitori al drive-in", ha esordito Whitaker che prima di iniziare a parlare ha stretto a se la statuetta, concedendosi un istante di silenzio. "
Immaginavo di poter recitare in un film, era un sogno impossibile per me e, invece, questo dimostra che è possibile per un bambino del Texas, cresciuto a Los Angeles e che ha sempre creduto nei suoi sogni, toccare quel sogno e farlo realizzare. Quando ho iniziato a recitare è stato per il mio desiderio di mettermi in contatto con quella luce che, per me, esiste in ognuno di noi. Perché per me recitare significa credere in questo legame, in questo contatto che è così forte e profondo da generare la convinzione congiunta e comune che possiamo creare tutti insieme un'altra realtà ".
Sul versante degli altri premi, non si può non sottolineare la spalmatura degli altri riconoscimenti, dove spiccano l'Oscar italiano a
Milena Canonero per gli straordinari costumi del dimenticato
Marie Antoinette di
Sofia Coppola, e l'unica statuetta - quella del montaggio del suono - per il bellissimo ma penalizzato (soprattutto dal box-office Usa)
Lettere da Iwo Jima di
Clint Eastwood. Sorpresa anche per il rush finale che ha portato al trionfo, nella categoria del Miglior Film d'animazione,
Happy Feet di
George Miller su
Cars - Motori ruggenti della Pixar di
John Lasseter.
L'edizione 2007 degli Academy Awards, definita a più riprese come multi-etnica per la forte presenza straniera e multi-razziale (messicana in particolare), è stata ribattezzata anche come la prima realmente ecologica della storia degli Oscar, così come ci è stato ricordato in un intervento di
Al Gore, mattatore della serata con il documentario vincitore
Una scomoda verità di
Davis Guggenheim (che conquista anche una statuetta per la miglior canzone,
I need to wake up di
Melissa Etheridge), e dalla star più impegnata per l'ambiente
Leonardo DiCaprio (sereno e soddisfatto anche nell'annunciata sconfitta contro Whitaker, al contrario di quanto avvenne nel 2004 contro il
Jamie Foxx di
Ray).
Nonostante i bruschi 'cut' ai discorsi di ringraziamento dei vincitori - sinceramente troppo frettolosi - e l'escamotage della presentazione delle pellicole candidate al miglior film senza annunciatori (ma solo mediante il led che scendeva sul palco), lo spettacolo - al contrario degli ultimi due anni - ha nuovamente toccato le quattro ore di durata, perché si è preferito lasciare spazio agli originali balletti in stile ombre cinesi della compagnia di danza dei Pilobus ai montaggi, dedicati alla rappresentazione degli scrittori al cinema, al cinema statunitense e ad una carrellata di vincitori del premio per il miglior film straniero (dove c'è molta Italia). Non ha convinto del tutto la neo-conduttrice
Ellen DeGeneres, simpatica ma forzata nei suoi siparietti (carina però la gag in cui si fa fotografare con Eastwood da Steven Spielberg in platea), non all'altezza del pungente
Jon Stewart dell'edizione targata 2006.
Grande momento per il cinema italiano, ma non solo, nella consegna dell'Oscar alla carriera al nostro musicista e compositore
Ennio Morricone. Bastano i numeri a connotare la portata e il valore della sua lunga carriera: oltre 400 colonne sonore realizzate in 45 anni di attività; cinque candidature all'Oscar, per
I giorni del cielo (1979),
Mission (1986),
Gli Intoccabili (1987),
Bugsy (1992) e
Maléna (2000), mai tradotte in statuetta. "
Voglio ringraziare l'Academy per l'onore che mi ha concesso dandomi questo ambito premio e voglio ringraziare tutti quelli che lo hanno fortemente voluto per me", ha dichiarato un Morricone visibilmente commosso, con la voce strozzata, tradotto per l'occasione da Clint Eastwood, protagonista (allora per la prima volta) del film di
Sergio Leone Per un pugno di dollari, che ha segnato il debutto dell'autore italiano, a cui non difettano l'umiltà e l'entusiasmo. "
Voglio ricordare anche tutti i registi che mi hanno chiamato, con la loro fiducia, a scrivere musica per i loro film. Senza di loro non sarei qui. Credo che questo premio non sia un punto di arrivo, ma un punto di partenza per migliorarmi al servizio del cinema e al servizio della mia personale estetica sulla musica applicata", ha dichiarato il maestro romano dedicando il premio alla moglie Maria "
che mi ama moltissimo e che mi è stata vicina in questi anni. Io la amo alla stessa maniera". "
Il mio pensiero", ha concluso Ennio Morricone, "
va anche agli altri artisti che hanno meritato questo premio e che non lo hanno ancora ricevuto. Io auguro loro di vincerlo in un prossimo futuro". Almeno, da oggi, in questa lista non compare più Martin Scorsese.