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Recensione Night Fishing (2011)

Smart Ghosts

a cura di pubblicato il 30 aprile 2011
Con il suo Night Fishing, Park Chan-Wook si conferma un autore straordinariamente versatile: sul cortometraggio - che non lascia indifferenti - c'è un lavoro prettamente e squisitamente cinematografico, sia a livello di scelte registiche che di post-produzione, molto evidente nella cura del montaggio e della fotografia.
Smart Ghosts
Un cappello di donna volteggia tra i boschi, sorvola la vegetazione brumosa, quasi dotato di una sua volontà. Incrocia il cammino di un uomo che si avvia in riva al lago, a pescare. L'uomo si ferma sulla riva, sistema i suoi strumenti, si rilassa. Un pesce abbocca, lui tira, secondo il rituale di sempre. Inciampa in un corpo di donna, che sembra avvinghiarsi misteriosamente a lui. Incapace di fuggire, sviene, e quando si riprende si ritrova con indosso i vestiti della donna. Questa è viva, ha indossato gli abiti dell'uomo e parla enigmaticamente della famiglia di lui. Qualcosa, dal passato, inizia così a riemergere. Qualcosa di doloroso.

Una scena del film Night Fishing di Park Chan-Wook Il premiato regista Park Chan-Wook (ribattezzatosi, con un curioso gioco di parole, Parking Chance per l'occasione) propone con questo Night Fishing un esperimento inedito. Cimentarsi con un cortometraggio (solo 33 minuti) e dargli una distribuzione mainstream è già una bella sfida per il regista di Old Boy, ma ancora più rivoluzionario è il modo in cui il film è stato girato, avvalendosi soltanto di un iPhone 4. Nonostante la peculiarità del mezzo, sul cortometraggio c'è un lavoro prettamente e squisitamente cinematografico, sia a livello di scelte registiche che di post-produzione, molto evidente nella cura del montaggio e della fotografia; tuttavia, la scelta di girare con un semplice smartphone è tutt'altro che indifferente al risultato finale, donando al tutto un look che si pone tra il cinema, il videoclip e la videoarte.

Una scena del cortometraggio Night Fishing di Park Chan-Wook Alternanza di colore e bianco e nero a sottolineare i diversi livelli di realtà (ma, come è facile immaginare, l'interpretazione non è univoca), grana digitale più o meno presente sullo schermo, per un'opera che utilizza il look postmoderno per raccontare una ghost story solidamente radicata nella tradizione. Una vicenda che parla di morte, abbandono, memorie cancellate e ritrovate, incapaci di morire; una storia che non fa alcuna concessione alle mode (già morte) dell'horror orientale più stereotipato, ma riesce lo stesso ad essere, in molti punti, genuinamente inquietante. E' il riso/pianto della bravissima protagonista femminile, a restare più impresso nella memoria dello spettatore, che esce dalla mezz'ora di visione inquieto, forse con qualche interrogativo su ciò che ha visto, ma certo non indifferente. Un risultato di cui Park, regista che si conferma straordinariamente versatile, potrà certo dirsi soddisfatto.
7 Voto del redattore
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