La 67. Mostra del Cinema di Venezia si è chiusa tra polemiche, dissensi e picconate del direttore
Marco Muller. Dopo le burrasche improvvise che hanno messo a dura prove le strutture festivaliere lagunari, tanto affascinanti quanto obsolete, il sole è tornato a splendere sul Lido ed è tempo di bilanci. Partiamo dal concorso che ha riservato tante gioie e qualche dolore. Se da una parte è mancato il capolavoro che mettesse d'accordo tutti, dall'altra la qualità media delle pellicole, come da tradizione veneziana, si è mantenuta decisamente elevata tanto che, a pochi giorni dalla conclusione, i pronostici indicavano una vasta rosa di possibili vincitori. Tra le cose migliori viste si segnalano una manciata di pellicole di grande impatto che, per una ragione o per l'altra, hanno impressionato favorevolmente la critica. Il favorito della vigilia, il russo
Silent Souls, è stato uno dei film più impressionanti a livello tematico e visivo, nonostante un abuso della voce narrante che distraeva l'attenzione dall'elaborazione, vero cuore della vicenda. Graditissimi il samurai movie di
Takashi Miike,
13 Assassins, e le due sorprese giunte dal mondo ispanico. Il dramma cileno
Post Mortem ha confermato la crescita del regista di
Tony Manero,
Pablo Larraìn, e dello straordinario interprete
Alfredo Castro.
Vincent Gallo è Vincent Gallo, ma una Coppa Volpi a Castro non sarebbe stata poi una cattiva scelta. Quanto allo struggente
Balada triste de trompeta, fiaba nera calata nella Spagna franchista che intreccia guerra e amore, follia e violenza,
Alex de la Iglesia si è reinventato regista raffinato e postmoderno consegnandoci un film da amare e conquistando i premi per la miglior regia e per la sceneggiatura.
Nonostante l'elevata qualità drammaturgica e visiva, il tragico
Venus noire di
Abdellatif Kechiche è stato accolto con freddezza, reo di aver sbattuto in faccia al pubblico senza filtri né compromessi la deflorazione del corpo subita, in vita e dopo il decesso, dalla "venere ottentotta"
Sarah Baartman in un film che punta il dito sullo sfruttamento e sul razzismo occidentale, sul falso perbenismo e sulla lascivia della borghesia francese tardo ottocentesca. Molti si sono lamentati dell'eccessiva lunghezza del film, ma Kechiche è uno dei pochi autori, nel panorama attuale, che si possono permettere di realizzare un'opera che dura tre ore senza mai mostrare cedimenti. Impressionante e ottimamente diretta la caccia all'uomo di
Essential Killing che ha visto il ritorno dietro la macchina da presa del maestro polacco
Jerzy Skolimowski, il quale ci ha offerto una pellicola dal ritmo mozzafiato dominata dalla suspence e dallo sguardo torbido di Vincent Gallo.
Darren Aronofsky si conferma regista di culto con l'horror
Black Swan, ambientato nel mondo del balletto. Il film non avrà convinto pienamente, ma non ha mancato di impressionare e sconvolgere la platea con la propria potenza visiva. Di grande qualità anche la commedia brillante
Potiche di
François Ozon, raffinata, arguta, divertente e recitata ottimamente (grandissima
Catherine Deneuve), il western
Meek's Cutoff di
Kelly Reichardt, film crudo, essenziale e profondo che guarda alle origini del genere riflettendo, allo stesso tempo, sul pregiudizio e sul senso di responabilità, e il dramedy
Barney's Version che ha commosso e divertito grazie alla presenza di una storia forte e di un cast eccezionale.
Il giurato
Gabriele Salvatores ha commentato il mancato premio all'Italia affermando che il cinema italiano necessita di affrancarsi da due padri ingombranti: il neorealismo e la commedia all'italiana. Noi ne aggiungiamo un terzo: la televisione. Il miglior film italiano presente in concorso, il pamphlet storico risorgimentale
Noi credevamo, ben diretto e ben recitato (
Luigi Lo Cascio su tutti), soffre di una notevole pecca: una durata e una struttura da miniserie TV. Difficile che un presidente di giuria come
Quentin Tarantino - i cui gusti sono ben noti - potesse apprezzare un'opera di questo tipo. Agli occhi della giuria sarà risultato ben più interessante l'imperfetto, ma vitale
La passione di
Carlo Mazzacurati, originale riflessione pittorica sul blocco creativo e sul senso dell'arte. Curioso l'esperimento del teatrante
Ascanio Celestini che ha deciso di narrare una storia di follia a suo modo.
La pecora nera risulta intrigante, ma anch'essa esce dagli schemi del cinema inteso in senso classico. Quanto all'atteso
La solitudine dei numeri primi, il film ha spaccato nettamente in due la critica. Horror dei sentimenti che narra la storia d'amore di due outsider segnati dal dolore, il film di Costanzo è una pellicola a tinte forti che nutre grandi ambizioni ed è prodotta dalla
Medusa, aspetto, questo, che gli ha alienato a priori le simpatie di buona parte dei critici. Per un motivo o per l'altro le migliori pellicole italiane presenti alla Mostra - il denso
Gorbaciof, il discusso biopic
Vallanzasca - Gli angeli del male e il sanguigno
L'amore buio di
Antonio Capuano - vanno cercate al di fuori del concorso.
Quentin Tarantino ha ignorato regole e bon ton premiando i film che più sono piaciuti a lui, in primis, e al resto della giuria. Il verdetto del Leone d'Oro è stato accolto con applausi e boati di dissenso (a questi ultimi il regista ha risposto per le rime con gestacci inequivocabili dimostrando scarso
savoir faire, ma scatenando l'ilarità della platea). Di fatto
Somewhere non sarà il film migliore del concorso, ma è sicuramente uno dei più meritevoli. Il cinema intimo, poetico e meditativo di
Sofia Coppola non è per tutti, ma a noi ha riscaldato il cuore e tanto basta. Coraggiosa la scelta di premiare il grande vecchio del cinema indipendente a stelle e strisce
Monte Hellman. Il suo
Road to Nowhere è risultato incomprensibile a chi scrive e non solo. Anche il cast ha ammesso di avere avuto non pochi problemi in fase di lavorazione, ma se il premio speciale va al corpus dei lavori di Hellman allora lo possiamo anche accettare. Inaccettabile, invece, la visione del peggior film in concorso,
Promises written in water, scritto, diretto, prodotto e interpretato da Vincent Gallo. Dopo aver visto il risultato si comprende il motivo della scelta di Gallo di evitare come la peste proiezioni, conferenze e inteviste rifugiandosi in una trattoria del lungomare, sera dopo sera, per assaggiare tutte le specialità locali. Vista la meritata Coppa Volpi, il consiglio da dargli sarebbe quello di concentrarsi maggiormente sulla recitazione abbandonando le velleità autoriali. Convincono poco le stravaganze di
Attenberg, nonostante la Coppa Volpi assegnata alla protagonista, e le esuberanze sessuali degli scambisti di
Happy Few. Irrita non poco, e ce ne dispiace, il vezzoso
Drei.
Tom Tykwer è simpatico, ma i fastidiosi split screen e gli angeli in semitrasparenza che appaiono all'ìimprovviso risultano quantomeno irritanti. Per fortuna la seconda parte del film migliora, ma non abbastanza per perdonare il regista tedesco.
In un'edizione caratterizzata dalla presenza/assenza dei divi (oltre ai forfait veri di
Dustin Hoffman e
Freida Pinto si segnalano quelli farlocchi di Vincent Gallo, dello spettro di
Joaquin Phoenix e di
Michelle Williams - che almeno lo sforzo di attraversare la passerella l'ha fatto - sbarcati sul Lido per poi sottrarsi ai doveri promozionali) il vero trionfatore, capace di mettere d'accordo pubblico e critica, è stato il divertentissimo
Machete, concentrato di action, citazioni, exploitation, pupe da sballo in tenuta discinta e scene cult.
Robert Rodriguez docet e
Machete improvvisa, ma almeno lo fa con stile. Tra le perle offerte dalle sezioni collaterali si segnalano l'apprezzato
Incendies del canadese
Denis Villeneuve, l'interessante
20 sigarette, il trionfatore della settimana della critica
Beyond, opera prima di
Pernilla August, e il meraviglioso
La vida de los peces, un piccolo film cileno che ci ha rubato il cuore per la forza e la delicatezza con cui viene narrato un ritorno che è poi una nuova partenza. Ci auguriamo che il film trovi presto una distribuzione perché merita di essere visto e rivisto per coglierne bellezza e profondità.
Una nota a margine riguarda le difficoltà oggettive riscontrate in questa edizione della Mostra del Cinema, carente di strutture di accoglienza più del solito. I poveri frequentatori del Lido si sono ritrovati a vagare in un grande cantiere in cui, a causa della riduzione dello spazio, i punti ristoro erano pochi e cari, il cibo di scarsa qualità, i biglietti per le proiezioni ufficiali esauriti in un battibaleno. Gli acquazzoni improvvisi hanno causato danni alla sala stampa costringendo l'organizzazione a chiudere tutto per ripristinare l'attività, rendendo difficoltoso il mestiere per i giornalisti. In poche parole, la Mostra comincia a dar segni d'invecchiamento e si attende l'inaugurazione del nuovo palazzo del cinema per capire se e come migliorerà la situazione. La prossima dovrebbe essere l'ultima edizione capitanata da Marco Muller, il quale ha espresso la volontà di concludere il mandato per poi tornare a fare il produttore. Nel frattempo il direttore lancia strali a destra e sinistra (contro Gosetti, Detassis e contro certa critica) usando come megafono una manciata di siti web. Quali sono le vere intenzioni di Muller? Chissà, forse lo scopriremo nel corso di Venezia 68.