Come era infatti largamente preannunciato, il film di Michel Hazanavicius ha ottenuto gli Academy Awards più prestigiosi, quello per il miglior film, quello per la regia e quello per il migliore attore, andato a Jean Dujardin; pur dovendo cedere il premio per la sceneggiatura originale a Midnight in Paris e all'elusivo Woody Allen e quello per il montaggio ai maghi di David Fincher, Kirk Baxter e Angus Wall, premiati per Millennium - Uomini che odiano le donne (una delle poche piacevoli sorprese della serata), si è rifatto con costumi, colonna sonora per ottenere così un lauto bottino di cinque Oscar - lo stesso numero finito in mano al suo più agguerrito, ma mai davvero inisidioso, rivale Hugo Cabret di Martin Scorsese, che ha fatto invece incetta di premi tecnici, dal meritatissimo premio alle scenografie di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo agli effetti speciali, passando per le due categorie dedicate al sonoro fino ad arrivare alla vittoria un po' a sorpresa del veterano Robert Richardson, che ha "soffiato" la statuetta a Emmanuel Lubezki (The Tree of Life).
Una sfida a due che ci sembra anche di aver prospettato all'inizio della nostra copertura di questa Awards Season, un fatto che portiamo a riprova non certo delle nostre capacità profetiche quanto della facilità di leggere le tendenze (e le intelligenze occulte e meno occulte) che guidano le preferenze di quell'esasperante, e unica al mondo, organizzazione che è l'AMPAS. Basti pensare agli Oscar andati a Octavia Spencer e Christopher Plummer, inaffondabili e "decisi" evidentemente da mesi, ma non per questo non apprezzabili, visto che ci regalano due dei più gradevoli acceptance speech della serata, vibrante e commosso quello di Octavia, di gran classe e divertente quello dell'affascinante ottuagenario. Ad essersi conquistato l'Oscar con il fascino, ma anche con l'aiuto dello straordinario supporto al suo film, è Dujardin, che non ci ha esattamente steso con il suo discorso, ma si è rifatto più tardi dividendosi tra Meryl Streep e la sua co-star a quattro zampe Uggie. E a proposito di Meryl, quello per la migliore attrice era l'unico riconoscimento attoriale almeno in parte in discussione, e dobbiamo ammettere che un po' ci dispiace che sia stata scelta questa occasione per consegnarle un dovuto terzo Oscar che poteva aspettare ancora uno o due anni. Perché questa, invece, era l'occasione di premiare un talento immenso come quello di Viola Davis, attrice che ha faticato ad emergere e che non può esattamente contare sullo stesso numero di offerte di prestigio che arrivano quotidianamente sulle scrivanie degli agenti della Streep.
Ma archiviamo le amarezze per questo 2012, e parliamo di note più lievi ovvero della cerimonia e della conduzione. Le scelte di Brian Grazer e degli altri produttori dello show si rivelano per lo più azzeccate nello snellire e rendere fluida la serata: nessuno ha sentito la mancanza delle esibizioni delle canzoni in nomination (che comunque erano solo due, indice forse di una categoria al tramonto) mentre l'unica performance sul palco - e dintorni - quella del Cirque du Soleil, è stata davvero un successo.Una sicurezza, ma non c'era certo da dubitarne, l'host Billy Crystal e le sue formule rodate, con tanta improvvisazione a seguire l'avvio tradizionale con montaggio effettato e collage musicale dedicato ai nove film candidati all'Academy Award per la migliore pellicola. Crystal infila battute family friendly, con un picco di cattiveria ai danni del povero Nick Nolte, ma a regalarci la risata più sonora è il più giovane (e più abbronzato, come direbbero certi funzionari governativi dalle nostre parti) collega Chris Rock.
A fungere da collante, è il sentimento dettato dall'egemonia di The Artist, miglior film del 2011 dal sapore antico per l'Academy of Motion Picture Arts and Science: la nostalgia cinefila. Ma, al contrario di quanto avviene nel film di Hazanavicius, le parole non si risparmiano, e l'Academy ci racconta attraverso quelle di decine di attori e cineasti la meraviglia di cui è parte integrante. E' che è la ragione principale per cui, anno dopo anno, ci ritroviamo qui a celebrare e a vituperare i capricci, le manie e la grandeur di Hollywood e dei suoi eroi.

Quest'anno hanno ignorato la straordinaria "magia" di Hugo Cabret per tornare indietro al 1927, quando premiarono "Wings" primo ed ultimo film muto ad aver vinto un Oscar: complimenti ai menbri dell'Academy, devono essersi sentiti molto "intelligenti" e controcorrente…come al solito il pubblico mondiale fara' giustizia di una cerimonia che ormai ha perso credibilita'.
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Alla base delle premiazioni non ci sono i film che incassano di più, i più commerciali o quelli con la maggiore dose di effetti digitali. Teoricamente viene premiata la qualità in sé del film che deve prescindere dai suoi costi, dal genere, dei suoi successi commerciali (incassi) che quasi mai sono sinonimo di grande film ma solo di un film grande (cit. pennello).
Io, ad esempio, reputo The Hurt Locker di gran lunga migliore di Avatar, che avrà avuto tutto il successo che vuoi, ma che, spogliato della sua tecnologia, resta semplicemente una brutta copia digitalizzata di Balla coi Lupi.
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Da notare come anche quest'anno le prime 2 categorie tecniche siano state presentate da Tom Hanks e siano state le medesime, e da notare come la 1a premiata sia stata anche la 1a grande sorpresa della serata in entrambi i casi (l'anno scorso le scenografie, vinto da Alice in Wonderland invece che da Inception, premiato poi per la fotografia, quest'anno invece Hugo premiato per la fotografia, e poi anche per scenografie e non solo, invece che The Tree of Life, anche se io tifavo per War Horse).
Anche quest'anno, nonostante le molteplici conferme, la maggior parte positive (nel mio caso, la migliore è The Artist), non sono mancate le sorprese, alcune positive (i 5 premi tecnici a Hugo) e altre negative (dopo il flop de Il Grinta l'anno scorso agli Oscar, quest'anno la più grande amarezza per me è stata vedere Harry Potter snobbato per l'ennesima e ahimè ultima volta): amen, de gustibus!
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