Viaggio in Giappone, la recensione: Isabelle Huppert e l'accettazione del lutto

La recensione di Viaggio in Giappone: un viaggio alla riscoperta di sé e sull'esorcizzazione di un lutto che persiste nella mente di una protagonista resa viva (e irresistibile) da Isabelle Huppert.

Viaggio in Giappone, la recensione: Isabelle Huppert e l'accettazione del lutto

Forse il passo più difficile da compiere è uscire di casa; varcare quel confine di matrice domestica per gettarsi tra le braccia di una terra sconosciuta. Un salto nel vuoto, una mosca cieca giocata con i fantasmi del proprio passato. Eppure, è tra le lande di un paese lontano che possiamo ritrovare pezzi di un puzzle personale che le mura di casa avevano separato, dislocato tra cassetti della memoria tenuti chiusi da un lucchetto pronto ad autodistruggersi.

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Viaggio in Giappone: Isabelle Huppert in una scena del film

Temi, questi, che tornano nel film di Élise Girardom. E, come sottolineeremo nella recensione di Viaggio in Giappone (in originale Sidonie au Japon, al cinema grazie ad Academy Two dopo il passaggio alle Giornate degli autori a Venezia 80) è proprio dallo scontro tra due tradizioni in antitesi che prende vita la rivoluzione della protagonista; inanellando una decostruzione intima e personale di chi, lontana dalla propria zona di comfort, tocca i contorni di un passato che ritorna per re-imparare a respirare attraverso l'ossigeno del presente.

Viaggio in Giappone: la trama

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Viaggio in Giappone: una foto del film

Giappone, giorni nostri. Sidonie Perceval (Isabelle Huppert), affermata scrittrice francese, è in lutto. Suo marito è morto. Invitata in Giappone per la riedizione del suo primo libro, è accolta dall'editore locale che la accompagna a Kyoto, la città dei santuari e dei templi. Nei loro spostamenti tra i fiori della primavera giapponese, lei inizia lentamente ad aprirsi. Ma il fantasma del marito non l'abbandona. Sidonie dovrà mettersi alle spalle il passato per lasciarsi amare di nuovo.

Viaggio in Giappone: Isabelle Huppert dice che è "pigra", per questo fa l'attrice

Catarsi artistica di un lutto lontano

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Viaggio in Giappone: una scena tratta dal film

"Scrivere non guarisce" afferma la Sidonie di Isabelle Huppert (qui la nostra intervista), ma di certo può condurti lontano, fino alla terra del Sol Levante fatta di inchini, di tradizioni sconosciute, e di sguardi che difficilmente si incontrano. E quello di Viaggio in Giappone è a tutti gli effetti un braccio di ferro tra due poli lontani, eppure mai in conflitto; due realtà che si scrutano, si sfiorano per poi attrarsi reciprocamente. È il senso di calore che incontra la freddezza di sguardi timidi e bassi; è l'indole fantasiosa che affronta quella pragmatica. Partendo da quel fuoco rigenerato dalle scorie del passato Sidonie incontra il fantasma di un amore perduto per riviverlo, esorcizzarlo e finalmente superarlo. Una dicotomia inebriante, coinvolgente, che perde la propria forza mordace quando il processo di accettazione del dolore finisce, lasciando spazio alle ultime fasi di un'opera indebolita nella sua essenza, a discapito di un melodramma canonico e prevedibile.

Il Giappone come terra di spiriti e promesse di rinascita

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Viaggio in Giappone: un'immagine del film

Dopo Hiroshima Mon Amour il Giappone ritorna a farsi culla di memorie mai rinnegate o distrutte, ma tenute nascoste nei meandri più profondi della mente. Viaggio in Giappone è pertanto da interpretarsi come un gioco di smaterializzazione e riappropriazione di un ricordo destinato a svanire, ma ora reso tangibile da una regia come quella di Élise Girard, fatta di inquadrature fisse, e movimenti di macchina assenti, o addirittura impercettibili. Giunge un momento in cui l'anima si sgonfia, e si sclerotizza, cessando di essere espansione per diventare rifugio. Quel momento per Sidonie combacia con la morte del marito: bloccata sul nascere di un nuovo giorno, la donna affronta il domani con la stessa fermezza e immobilità delle inquadrature che la immortalano. La sua vita improntata su uno stile minimale (lo stesso caratterizzante la scrittura che la racconta) è affiancata da un timore costante di affrontare un passo al di fuori della sua ordinarietà; ma è soltanto esponendosi verso l'ignoto di una nazione sconosciuta (e fortemente correlata all'accettazione della morte come rito di passaggio ed esperienza inevitabile per l'essere umano) che la donna potrà smuovere la sua vita, dando quindi spazio alla cinepresa di adottare una maggiore dinamicità di movimento.

La dicotomia in viaggio

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Viaggio in Giappone: una scena del film

Lo scontro tra culture distanti, e di vivi che paiono senza vita, e fantasmi pieni di vivacità, poteva essere una gabbia sfissante colma di retorica e lacrimoso patetismo. Quella che investe invece l'opera di Élise Girard è un'ironia sottile di cui Isabelle Huppert si fa perfetta portatrice. Ponendosi come guida privilegiata di un viaggio che si tramuta in rivoluzione intima e personale, l'attrice prende per mano lo spettatore immergendolo nel cuore di una dualità continua, ma mai in combutta, tra un caldo di interni asettici, e il freddo di esterni attraversati da morti che incontrano i vivi, e di vivi che vengono trasportati in una dimensione sospesa, dove tutto è recuperabile e aggiustabile, proprio come i vasi riparati con l'oro.

Semplice, ma forse troppo

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Viaggio in Giappone: Isabelle Huppert, Tsuyoshi Ihara in una scena romantica

È una stazione dove i treni corrono lungo uno stesso binario, Viaggio in Giappone; un microcosmo dove i mondi del visibile e dell'invisibile coesistono danzando all'unisono, in un passo a due armonioso ed elegante. Eppure, qualcosa nella resa di tale comunione di spazi e pensieri non trova una giusta corrispondenza visiva, peccando, forse, di troppa semplicità. E così, la CGI volutamente troppo fittizia con cui viene reso il fantasma del marito di Sidonie (August Diehl) rischia di ridicolizzare passaggi emotivamente d'impatto e narrativamente decisivi per l'evoluzione personale della protagonista. Discorso simile va ad applicarsi anche al modo con cui l'opera vira verso il suo epilogo, tra vedute e pensieri che frenano di colpo un percorso compiuto a velocità sostenuta, ma mai spericolata. Nel momento in cui l'accettazione dello stato emotivo di Sidonie trova compimento, e gli occhi di lei si incrociano con quelli di Kenzo Mizoguchi, l'inquadratura si fa claustrofobica, piena di parole e discorsi che mettono in pausa tutto il resto, abbassando l'attenzione e depotenziando la carica empatica e affettiva fino a lì costruita.

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Viaggio in Giappone: un momento del film

Non ci sarà la delicatezza e lo sguardo umano di Ozu, e nemmeno quell'incomunicabilità che rendeva così unico e disorientante il ricordo comune dei protagonisti di Alain Resnais in Hiroshima Mon Amour; eppure nel Viaggio in Giappone di Élise Girard permane quel senso di imperfezione umana, e di quella potenza catartica che solo le opere sensibili possono vantare. Peccato che proprio nel momento in cui il viaggio doveva innalzarsi a esperienza rigenerante, il percorso si arresta, sovraccaricando di elucubrazioni e pesanti conversazioni un'impennata ora ridottasi a frenata improvvisa sul finire della gara. E così, ecco che lo sviluppo dell'opera si fa perfetto contraltare dell'evoluzione personale di Sidonie; la vivacità ritrovata della sua protagonista lascia spazio a quell'insoddisfazione generale che la caratterizzava all'inizio, la stessa che ora si muove silente nello spazio dei propri spettatori, spegnendone l'attesa e impoverendone l'interesse per un'opera che da viaggio personale si fa atterraggio di emergenza.

Conclusioni

Concludiamo questa recensione di Viaggio in Giappone sottolineando come il film con protagonista Isabelle Huppert intenda mostrarsi nelle vesti di un saggio semplice e leggero sull'accettazione del lutto, per poi inciampare proprio in quelle fasi finali che in un film valgono tutto. Una scommessa vinta a metà, causa un accumulo di discorsi e valanga di parole che hanno appesantito un'opera che proprio sulla leggerezza e una sottile ironia stava fondando la propria riuscita.

Movieplayer.it
3.0/5
Voto medio
3.7/5

Perché ci piace

  • La performance di Isabelle Huppert.
  • Lo scontro/incontro tra culture e tradizioni differenti.
  • L'umorismo sottile e mai forzato che accompagna lo scorrere del film.
  • La dicotomia fotografica che enfatizza l'antitesi dei mondi di appartenenza dei protagonisti.

Cosa non va

  • La resa in cgi del marito di Sidonie.
  • Un epilogo troppo trascinato per le lunghe e appesantito da discorsi e pensieri poco emotivamente impattanti.
  • La retorica di certi passaggi.