Recensione Oranges and Sunshine (2010)

Jim Loach dà al film un taglio realistico e niente affatto declamatorio, rendendo evidente la volontà di affrancarsi dall'ingombrante figura paterna, e controllando accuratamente l'aspetto emotivo della vicenda.

Identità inseguite

C'è sempre un po' di scetticismo nei confronti dei cosiddetti figli d'arte, specie quando il padre è un personaggio ingombrante e importante, magari ancora in piena attività, com'è il caso di Ken Loach. Certo, la limpida coerenza e l'impegno militante che ha sempre contraddistinto il cinema del genitore costituisce una legittima fonte di curiosità nei confronti di quest'opera, essendo difficile (quasi una bestemmia, viene da dire) pensare a una semplice opera prima da raccomandato, un compitino ben svolto all'ombra del più noto genitore, qualcosa per cui non sarebbe neanche necessario avere il talento. A scanso di equivoci, va detto subito che Oranges and Sunshine non è questo, ma è anzi un'opera con una sua dignità, anche se non perfetta: a partire innanzitutto dal tema che racconta, e dall'urgenza di comunicare con cui comunque lo fa. Il film è incentrato su una terribile storia risalente agli anni '50, durante i quali decine di migliaia di bambini inglesi, orfani, figli di ragazze madri o comunque ripudiati dai genitori, furono deportati in Australia e cresciuti in istituti che erano spesso dei lager, in condizioni miserevoli, sfruttati per i lavori più pesanti, picchiati e spesso sessualmente abusati. A prendersi carico di questi bambini, ora adulti, e a raccontare al mondo la loro storia, fu la volontaria Margaret Humphreys, al cui libro di memorie il film si ispira: avvicinata per la prima volta da una donna che vuole avere notizie sulla madre, che crede morta ma in realtà vive in Inghilterra, Margaret viene a contatto con la triste realtà di individui a cui è stata rubata non solo l'infanzia, ma la stessa identità. Decisa ad aiutarli, Margaret si dedica anima e corpo a queste persone, ne assorbe i drammi, ma diventa sempre più fragile psicologicamente; inoltre, in Australia le comunità religiose coinvolte all'epoca nei fatti iniziano ad avversarla duramente.

Jim Loach dà al film un taglio realistico e niente affatto declamatorio, restando lontano dal rigore militante del cinema del genitore, ma anche dai suoi affreschi suburbani, dalla sua umanità sottoproletaria che tira avanti, lotta e sogna il riscatto, senza mai smettere di sorridere. E' evidente la volontà di affrancarsi dall'ingombrante figura paterna, dirigendo un film dal tema sì sociale, ma in cui in primo piano ci sono gli ambienti della borghesia urbana britannica, e le ferite, almeno nel presente, sono più quelle dell'anima che quelle fisiche (pur inflitte, e con lucida crudeltà, nel passato). E' evidente un certo controllo nel gestire il lato emotivo della vicenda, affidato in larga misura agli ultimi minuti del film: prima, il centro della narrazione è rappresentato proprio dal personaggio di Margaret, interpretato da una grande Emily Watson, che prende su di sé gran parte del peso del film. Nonostante Loach abbia dichiarato di voler basare il film sulle storie dei sopravvissuti, che sono i veri protagonisti storici di questa vicenda, la pellicola ruota fatalmente intorno al personaggio interpretato dalla Watson: sua è la scelta di accollarsi questa storia terribile, suo l'impegno, fisico e mentale, di aiutare queste persone a ritrovare un ponte col proprio passato, sue le conseguenze che questo impegno le comporta. Soprattutto, l'impressione trasmessa dal personaggio (e confermata dalla sua interprete) è quella di una donna che prende su di sé questo peso quasi inconsapevolmente, in quanto semplicemente non ha altra scelta. La coscienza (sociale) di Margaret le impedisce di girare la testa dall'altra parte, di lasciare che a occuparsi di questa vicenda siano le autorità. Se ne sobbarca il peso e ne accetta le inevitabili conseguenze, anche sul piano dei suoi rapporti familiari.
Proprio a questo proposito, va rimarcato come la sceneggiatura latiti paradossalmente nel descrivere le ricadute dell'impegno di Margaret nei suoi rapporti con il marito Merv (ridotto a mera spalla della donna nella sua attività) e soprattutto con i suoi due figli, assenti per larga parte del film, le cui difficoltà nell'accettare l'impegno della madre possiamo immaginare, più che vedere. Siamo coinvolti, come spettatori, ma più per il destino di questa donna che per tutto ciò che gira intorno a lei: il personaggio di Len, ex-bambino abusato della comunità di Bindoon, riesce in parte a focalizzare su di sé l'attenzione della sceneggiatura nella seconda metà del film, ma anche la sua presenza sembra funzionale alla missione di Margaret, missione che sempre più assume i connotati dell'ossessione. Solo negli ultimi minuti, il film fa esplodere la componente emotiva rimasta per gran parte latente nella narrazione, entra nel luogo del misfatto e ne esplora gli umori, in cerca di una traccia di emozione sul volto dei carnefici, di qualcosa che aiuti a capire, se non a spiegare. Non lo troverà, ma la sua protagonista ne uscirà più forte, certo più attrezzata per continuare a lottare. Perché, per Jim come per Ken Loach, la lotta, anche se combattuta altrove, e anche se raccontata diversamente, deve continuare. Sempre.

Movieplayer.it

3.0/5