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Recensione The Killer (1989)

Un affresco malinconico

a cura di Adriano Aiello pubblicato il 10 febbraio 2004
Un film che tocca sovente vertici di bellezza assoluta, senza mai concedere una tregua allo spettatore e mantenendo intatto quel senso del tragico, che pesa più di una montagna sulle spalle.
Un affresco malinconico
C'era anni fa un intero movimento cinematografico in quel di Hong Kong e soprattutto c'era un uomo che impersonificava questa nuova realtà: il suo nome era John Woo, un uomo che da solo ha dato nuova linfa vitale al film di azione, con uno stile di in equiparabile dinamicità. Il suo innovativo sistema di riprese, la coreograficità delle sue carrellate e la centralità del corpo rispetto alla messa in scena, per citare alcune sue peculiarità sono così piaciute agli americani che lo hanno trapiantato a Hollywood, snaturato, appiattito e "culturalmente corrotto".

L'uscita di Paycheck, ne è l'ulteriore, triste conferma e sancisce probabilmente la fine di un autore, pagato paradossalmente dagli Studios non per rinnovare lo stantio immaginario visivo e tematico dell'action movie americano, ma per motivi di marketing non distanti da quelli che portano un calciatore orientale a giocare in una squadra del calcio italiano. In un periodo in cui l'Oriente va molto di moda, Hollywood non si è fatta sfuggire Woo, che si trova quindi, costretto, o meglio lautamente indotto, a perseguire i più radicati archetipi narrativi del blockbuster americano, senza avere quel tipo di formazione, ma adattandosi con la sua indiscutibile cifra tecnica. Se il cinema di Hong Kong è nel frattempo caduto in disgrazia (assolutamente quantitativa e non qualitativa), fagocitato da una crisi economica, dovuta in larga parte all'apertura del mercato ai prodotti americani e all'aumento enorme dei biglietti per gli spettacoli, al tempo dell'uscita di The Killer, nella caotica città asiatica era un continuo proliferare di pellicole tutte simili e allo stesso tempo molto personali, come sempre avviene quanto si crea una "scena" per usare un termine musicale.

In questo clima di fermento, il cinema più battuto era il gangster-movie o se preferite l'hard-boiled, proprio sulla scorta del successo dei primi film di Woo. Ma mentre numerosi registi, si affrettavano a girare per sfruttare la mania diffusasi, Woo, con The Killer, non si limita ad allargare il gap tra lui ed i suoi epigoni, ma sancisce piuttosto la morte simbolica del genere, con un film capolavoro. Un film talmente definitivo nelle sue coordinate stilistiche e narrative, da costringere i successivi prodotti a un necessario rinnovamento.

Unico film di Woo a trovare l'alchimia perfetta tra la forma (visionaria come sempre) e il contenuto (struggente, ironico e drammatico nella giusta misura), la storia del killer redento e del poliziotto anticonformista, tocca sovente vertici di bellezza assoluta, senza mai concedere una tregua allo spettatore e mantenendo intatto quel senso del tragico, che pesa più di una montagna sulle spalle. Un mondo scuro e senza speranza, dove gli unici valori sono l'amicizia e l'eroismo; un viaggio visivo senza ritorno che avvince, commuove e lascia a bocca aperta, fino al quasi sospirato finale, un balletto di morte dopo il quale possiamo finalmente prendere il fiato, consapevoli di aver assistito a qualcosa di indimenticabile.
9 Voto del redattore
la pagella della redazione

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The Killer

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