Recensione Mystery (2012)
Segreti raggelanti
Tra i registi cinesi contemporanei che maggiormente frequentano i circuiti festivalieri, e che hanno acquisito negli anni recenti una buona notorietà presso il pubblico occidentale, Lou Ye occupa sicuramente un posto rilevante. Il caso del suo Summer Palace, presentato in concorso nel 2006 a Cannes e inviso alle autorità (che hanno vietato a Lou di girare film in territorio cinese per cinque anni) ha attirato ulteriormente l'attenzione di critica e pubblico sul lavoro del regista; che sarebbe poi tornato sulla Croisette con Spring Fever (girato nel 2009 in semi-clandestinità e insignito del premio per la sceneggiatura) per poi sbarcare a Venezia col recente Love and Bruises, girato interamente in Francia. Quest'anno, Cannes accoglie di nuovo Lou Ye (nella sezione Un certain Regard) con questo Mystery, opera che segna il ritorno del regista in patria e che si presenta a tutti gli effetti come un thriller. Se la struttura dello script sembra seguire in modo molto fedele le regole del genere, con una narrazione a incastro che si complica man mano che i background dei diversi personaggi vengono svelati, il ritmo viene tuttavia tenuto costantemente basso, come se lo scopo del regista fosse quello di raffreddare scientemente la materia del racconto. Freddezza resa visivamente con una fotografia spesso desaturata, e con un'insistenza su elementi naturali quali l'acqua e la pioggia. Dal punto di vista della messa in scena, in effetti, il film di Lou ha una sua intrinseca eleganza, che però finisce spesso per nuocere alla stessa efficacia emotiva del film.
Nel suo meccanismo da thriller drammatico, infatti, che denuncia un'influenza tipicamente europea nella concezione della messa in scena (il soggiorno del regista in Francia sembra aver influito in questo senso) Mystery si rivela fin troppo attento alla "confezione", e a un'eleganza formale che in certe soluzioni visive, quali l'uso frequente del ralenty, appare spesso fine a se stessa. Il proposito di far affiorare l'emozione e l'empatia lavorando sottotraccia, e svelando gradualmente i segreti dei diversi personaggi, non si realizza compiutamente a causa di un'estetica ai limiti del formalismo, che sottrae al racconto quel grado di "sporcizia" necessaria a raccontare una storia simile. Le buone prove attoriali (i protagonisti Hao Lei e Qin Hao avevano già lavorato col regista rispettivamente in Summer Palace e Spring Fever) non riescono a sollevare la pellicola da una sensazione di freddezza che va ben oltre quelle che devono esser state le intenzioni iniziali, e che si traduce nella fattispecie nel sostanziale disinteresse. Il materiale di partenza, pur buono, viene sostanzialmente sciupato in una messa in scena che appare fin troppo controllata, e attenta a catturare l'attenzione di un pubblico (genericamente) "da festival". Il regista non affonda il coltello, come pure avrebbe potuto, nelle contraddizioni della società cinese moderna e nello sfaldamento di istituzioni quali la famiglia, limitandosi a confezionare il suo prodotto nel modo più visivamente accattivante (ma anche meno incisivo) possibile. La delusione, date le potenzialità sprecate, è inevitabile.GALLERY
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Mystery
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- edizione: Cannes 2012 - Cannes Film Festival
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