Recensione Un enfant de toi (2012)

Il saggio Doillon gioca con il pubblico maneggiando la materia sentimentale con consumata destrezza e variando le dinamiche di coppia secondo necessità.

Piccoli problemi di cuore

Lei ama lui, ma forse ama ancora anche l'ex compagno. Lui ama lei e vorrebbe fare un figlio, ma lei, che una figlia ce l'ha già, temporeggia. Nel frattempo continua a frequentare l'ex senza nascondere la cosa al compagno. I tormenti amorosi di questo complesso triangolo sentimentale sono oggetto della pellicola fiume di Jacques Doillon Un enfant de toi, opera profondamente francese che indaga la vaghezza e l'inconsapevolezza del sentimento. Al centro del film troviamo la coppia 'scoppiata' formata da Aya (Lou Doillon, figlia del regista e di Jane Birkin che, nelle fattezze e nella sensibilità interpretativa, ricorda la più celebre sorellastra Charlotte Gainsbourg) e Louis (Samuel Benchetrit). Lei si è rifatta una vita con il comprensivo dentista Victor (Malik Zidi), pronto a far da padre alla piccola Lina, nata dalla sua precedente relazione, e a confrontarsi con l'ingombrante presenza dell'ex pur di costruire una famiglia con la donna che ama. Louis, che crede solo nella gioventù, nutre la sua natura di artista inquieto e donnaiolo frequentando donne più giovani come la bella Gaelle, sua ex studentessa (Marilyne Fontaine, premiata a Roma come miglior attrice emergente).

I cliché del tipico dramma sentimentale francese sono tutti presenti nella pellicola di Doillon e vengono sciorinati a poco a poco nel corso dei 140 minuti di durata del film che offre un saggio di quell'irrequietezza sentimentale tipica della borghesia parigina benestante, colta e amante delle arti, priva di reali problemi pratici e libera così di crogiolarsi nei propri dilemmi esistenziali. Tra donne insicure e volubili, uomini incapaci di prendersi delle responsabilità e matrimoni allo sbando, il tradimento è visto più come un gioco intellettuale da portare avanti fino allo sfinimento che come un peccato. In un film in cui non accade quasi niente, dove l'attenzione è focalizzata soprattutto sul gioco di seduzione-abbandono-eterno ritorno tra Louis e Aya, a lungo andare la stanchezza rischia di farsi sentire. La parola allusiva, ambigua e piena di doppi sensi ha la meglio su tutto dominando ogni scena e attingendo a piene mani a quel manuale dell'amante irrequieto 'made in France' saccheggiato da Doillon che fa prounciare ai personaggi battute quali "La mancanza di te fa parte di me" o "Amarti vuol dire non esserne consapevole ogni tanto".
Cosa impendisce a una pellicola così tipizzata di sfiorare il ridicolo o la noia? Prima di tutto la competenza registica di Jacques Doillon, il quale sa sempre quando fare un passo indietro ricreando un equilibrio in tutte le scene a rischio. Il saggio Doillon gioca con il pubblico maneggiando la materia sentimentale con consumata destrezza e variando le dinamiche di coppia secondo necessità. La scelta di tempi così dilatati è funzionale all'evoluzione e alla maturazione dei sentimenti dei personaggi, seguita passo passo senza eliminare i tempi morti. Il rischio di cadere nel dramma lacrimevole non viene mai corso grazie a una buona dose di ironia, sempre presente nel sottotesto, e all'interpretazione dei quattro attori coinvolti nella sinfonia amorosa. Ma sono soprattutti gli inserti dedicati alla piccola Lina, che a soli sette anni si pone già i primi problemi sull'onestà di coppia, a controbilanciare il caos degli adulti. Con i suoi ripetuti tentativi di unire in matrimonio i dubbiosi compagni di classe e con le sue argute osservazioni, Lina fornisce un punto di vista originale, ingenuo e sincero sui comportamenti dei genitori. La sua presenza dona una nota lieve al lungometraggio trasforma un egotistico rapporto tra adulti immaturi e indecisi in una vera famiglia. Che è poi ciò che sta realmente a cuore al regista.

Movieplayer.it

3.0/5