Recensione The Complex (2013)

Hideo Nakata, nume tutelare del J-Horror, torna al genere con una pellicola che destruttura i suoi meccanismi: rinnovandone modalità narrative e di messa in scena, ma non tradendo la sua poetica.

Orrore, memoria e solitudine

Asuka è un'infermiera tirocinante, che si è appena trasferita con i suoi genitori e il fratellino in un appartamento di un grande complesso residenziale, alla periferia della metropoli. Fin dai primi giorni della sua permanenza nello stabile, la ragazza è testimone di molte stranezze, tutte legate all'appartamento accanto al suo: gli occupanti non si fanno mai vedere, ma la loro sveglia suona regolarmente alle 5.30 svegliandola, e inoltre si sentono strani rumori provenienti dalla stanza confinante con la sua camera da letto. Un giorno, trovando la porta aperta, Asuka si fa coraggio ed entra nell'appartamento: nella penombra della casa maleodorante, la ragazza scopre il corpo di un uomo anziano, deceduto mentre grattava il muro in un'ultima, disperata invocazione di aiuto. Dopo la scoperta, e la rimozione del corpo, i rumori e le stranezze tuttavia non cessano: Asuka, anzi, è convinta che qualcosa occupi ancora l'appartamento del defunto, forse il suo stesso spirito, arrabbiato con lei per non aver risposto alla sua richiesta di aiuto. Nel frattempo, la ragazza ha fatto amicizia con Minoru, un dolce e solitario bambino che abita anche lui nello stabile. La stessa figura del ragazzino, però, sembra avvolta nell'ambiguità: Minoru è forse collegato, in qualche modo, al vecchio defunto? E, se sì, in che modo?

Tra le pellicole presentate in anteprima nella quindicesima edizione del Far East Film Festival, The Complex era certo tra le più attese. Il nome di Hideo Nakata non ha bisogno di alcuna presentazione, trattandosi di uno dei numi tutelari del J-Horror; genere di cui ha scritto pagine fondamentali con film come Ringu (e relativo sequel) e Dark Water. Le ultime opere del regista giapponese, tuttavia, avevano lasciato l'amaro in bocca a più di uno spettatore, specie dopo i frequenti passaggi in occidente (con titoli quale l'americano The Ring 2 e il thriller I segreti della mente) e soprattutto l'abbandono di quelle atmosfere, orrorifiche e malinconiche insieme, che l'avevano reso noto al grande pubblico. Una pellicola come questa, quindi, era attesa più che mai come un ritorno: l'ambientazione (molto simile a quella di Dark Water) e le prime, scarne notizie sulla trama, giustificavano tali aspettative. In effetti, va premesso che la visione di The Complex ci restituisce un regista con una sua poetica, con una gran voglia di fare cinema e sperimentare, di esprimere inquietudini attraverso il genere che gli ha dato il successo (l'horror), senza tuttavia restare intrappolato nei cliché. In questo senso, questa pellicola, pur lontana dai fasti migliori del regista (ma è il cinema, horror e non, ad essere cambiato nel frattempo) va salutata davvero come un gradito ritorno, di buon auspicio per il futuro.
The Complex parte come il più classico dei J-Horror, con un canovaccio che sembra preludio a sviluppi prevedibili (l'enorme e fatiscente stabile, luogo topico di molto cinema dell'orrore nipponico, l'appartamento probabilmente infestato, lo spirito morto in solitudine e mosso dal rancore): eppure, già dai primi minuti notiamo piccoli particolari (la reiterazione dei dialoghi mattutini tra la protagonista e la sua famiglia, i suoi indecifrabili incubi) che ci suggeriscono che la direzione intrapresa sarà, forse, diversa da quella più scontata. La sceneggiatura apre gradualmente delle vere e proprie "crepe" nella struttura del genere, fino a condurre il film su territori diversi da quelli attesi: nel suo sviluppo, il film di Nakata flirta con l'horror psicanalitico e col melò (genere, in realtà, da sempre frequentato dal regista) facendo della protagonista un ulteriore terminale dell'orrore. Ancora una volta, il regista nipponico coinvolge e (a tratti) spaventa senza ricorrere ai cliché, anche a quelli che lui stesso aveva codificato, avvolgendo film e spettatore in un'atmosfera ambigua, sfuggente, sempre cangiante. E' difficile, tuttavia, parlare del film entrando maggiormente nello specifico, senza rivelare particolari fondamentali della trama, e delle sue trasformazioni, che ne comprometterebbero inevitabilmente la visione.

Basterà qui specificare che Nakata, pur rifiutando (intelligentemente) di rifare sé stesso, continua ad esprimere temi forti, una poetica assolutamente personale che, pur esplicitandosi attraverso differenti soluzioni narrative, resta coerente e riconoscibile. L'isolamento della vita metropolitana e la conseguente solitudine, la paura di morire senza qualcuno accanto, la necessità degli affetti e la paura della loro perdita, il disperato attaccamento di vivi e morti alle persone care, anche quando queste ci hanno ormai abbandonato. I luoghi della morte fisica diventano claustrofobiche trappole per l'anima, che finisce suo malgrado per richiedere un tributo innocente: non più pura, costretta a fare il male da una spietata, ineluttabile legge del contrappasso. Non è difficile cogliere in questi temi gli elementi forti che hanno fatto la fortuna del regista, e dei suoi migliori film. L'essere riuscito a riproporli, anni dopo, con uno stile e una costruzione narrativa rinnovati, è un titolo di merito da non sottovalutare: abbastanza per accogliere positivamente questo The Complex, importante segnale di ripresa per un autore che continuiamo ad amare per ciò che ha dato al genere, e al cinema più in generale.

Movieplayer.it

3.0/5