Recensione I segreti di Osage County (2013)

Nonostante la sua derivazione teatrale, I segreti di Osage County presenta un ritmo, e un approccio estetico, che sono tipici del grande schermo: mettendo in scena una vicenda familiare che oscilla costantemente tra il dramma e un grottesco assolutamente consapevole.

Sweet Home Oklahoma

Beverly, anziano poeta ed ex professore universitario, vive con sua moglie Violet in un isolato casolare nella contea di Osage, in Oklahoma. I due, più di un trentennio di matrimonio alle spalle, portano entrambi i segni di un destino che non è stato tenero: lui, da tempo incapace di produrre opere degne di nota, si è isolato nel suo studio e si è dato all'alcool; lei, ammalata di un tumore alla bocca, ha cercato rifugio negli psicofarmaci, che assume in quantità smodate. Un giorno, di prima mattina, l'uomo esce di casa e non fa più ritorno; poco dopo, il suo corpo viene ritrovato privo di vita nel lago, accanto alla sua barca. Quello che sembra, a tutti gli effetti, il suicidio di un uomo ormai senza stimoli, richiama presto nella tenuta le tre figlie della coppia, Barbara, Ivy e Karen, insieme alle rispettive famiglie; oltre alla sorella di Violet, Mattie Fae, accompagnata dal compagno Charles e dal figlio, Little Charles. La commemorazione di Beverly diventa presto l'occasione per il riemergere di ruggini mai sopite tra i membri della famiglia; al centro di esse, in particolare, la tensione tra la dispotica e caratterialmente instabile Violet, e la figlia maggiore Barbara, che era stata, anni prima, la prima ad abbandonare la casa. Ma la morte del capofamiglia finirà anche per portare alla luce segreti inimmaginabili, sepolti nel passato della famiglia, che cambieranno per sempre i rapporti tra i suoi componenti.


Di scena, il cinema
E' teatrale, l'origine de I segreti di Osage County, seconda prova dietro la macchina da presa di John Wells (alle sue spalle, una lunga carriera di produttore e sceneggiatore, tra cinema e televisione, e la regia di The Company Men); in particolare, il film di Wells tre spunto da una nota pièce di Tracy Letts, già insignita del Premio Pulitzer nel 2008, riscritta per lo schermo dallo stesso autore. Il plot di quest'opera, in effetti, sembra tradire abbastanza chiaramente la sua derivazione dal palcoscenico; tipici i suoi caratteri di dramma corale, ad ambientazione familiare, ed il setting scelto, che vede l'azione svolgersi prevalentemente all'interno di una grande tenuta, luogo perfetto per far deflagrare le tensioni tra i personaggi. Eppure, basta osservare le prime sequenze (un prologo, sullo sfondo degli sconfinati esterni che circondano la casa, in cui il protagonista usa una frase di T.S. Eliot per introdurre allo spettatore la sua vita) per comprendere che non siamo di fronte alla mera trasposizione sul grande schermo di modalità narrative nate sul palcoscenico. Il fatto che Letts, d'altronde, sia stato autore (sia a teatro che al cinema) di due opere come Bug - La paranoia è contagiosa e Killer Joe, entrambe portate sullo schermo da William Friedkin, dovrebbe da subito porre il suo lavoro in una luce diversa: già in fase di scrittura, in effetti, il film di Wells presenta un ritmo tipicamente cinematografico, sia in termini di costruzione dei dialoghi che di progressione drammatica.

Fuga verso il nulla

Ma è, in effetti, proprio l'ambientazione rurale, e la valorizzazione filmica degli esterni, a conferire al film la sua specificità cinematografica: le distese rurali dell'Oklahoma, i chilometri di assolato nulla in cui sono immerse, vengono catturate dalla macchina da presa di Wells non appena se ne presenta l'occasione. L'effetto cercato, e raggiunto, è quello di un efficace contrasto con la claustrofobia della casa: gli imponenti esterni, ben resi dalla fotografia di Adriano Goldman, sono a turno, per ogni personaggio (a cominciare dallo stesso Beverly) via di fuga da una realtà opprimente, il cui peso si rivela insostenibile. Ma è una fuga, letteralmente, verso il nulla, un vacuo allontanarsi che vede i personaggi già cambiati, schiacciati dalla rivelazione (o dalla presa di coscienza) di eventi che hanno modificato profondamente la percezione della loro identità. La bellezza delle distese di terra e cielo intorno alla tenuta, sottolineata dall'ottimo commento sonoro, spesso di matrice country, è in fondo ingannevole: l'esterno inghiotte, di volta in volta, i membri della famiglia, che si allontanano verso un futuro incerto. L'epica on the road del sogno americano viene rovesciata, mentre la strada non è più fonte di scoperta di sé stessi, ma semmai fuga dall'identità.

Dentro, nel passato

Ma il cuore de I segreti di Osage County sta, inevitabilmente, nella lunga parte che si svolge tra le quattro mura domestiche, successiva ai funerali, in una residenza che pare, essa stessa, luogo della memoria e custode di segreti. Qui, la sceneggiatura può dispiegare il suo sguardo, sempre in bilico tra il cinismo e la partecipazione, su una struttura familiare più che mai disfunzionale, il cui equilibrio si è sempre retto sulla menzogna. Un equilibrio, fragilissimo, inevitabilmente destinato a ricevere il colpo finale dagli eventi successivi alla dipartita di Beverly; il cui sfaldarsi mette in evidenza le linee di tensione tra i singoli personaggi, tutti ottimamente caratterizzati. Tra questi, vanno ricordati non solo la perfetta e instabile "matriarca" di Meryl Streep, e l'umorale figlia maggiore col volto di Julia Roberts, ma anche gli altrettanto problematici caratteri femminili di Juliette Lewis, Julianne Nicholson e Abigail Breslin; nonché quelli di uomini (Ewan McGregor, Benedict Cumberbatch) più che mai spaesati e impotenti, in un dramma virato, prevalentemente, al femminile. Il tono della narrazione, coerente con lo sguardo sui personaggi, oscilla costantemente tra il dramma, costellato di momenti emotivamente forti, e un grottesco in cui trovano posto sprazzi di cinico divertimento: due registri incarnati alla perfezione dalla Violet di Meryl Streep, capace di passare nel giro di pochi secondi dall'uno all'altro, con assoluta (e quasi inquietante) credibilità. Un dualismo di toni che percorre, per tutta la sua durata, un film che comunque riesce a mantenere, alla sua base, un notevole equilibrio e un'ottima efficacia drammaturgica.

Movieplayer.it

4.0/5