Recensione I primi della lista (2011)

Una piacevolissima avventura on-the-road, I primi della lista, che parla del nostro passato ma dice molto anche del nostro presente, un film intriso di amarezza ma anche di speranza, tenero nell'approfondire temi importanti come l'amicizia, la fuga e la paura di diventare adulti in un momento storico di grande transizione.

In fuga per la Rivoluzione

E' il giugno del 1970, la città di Pisa è l'epicentro di Lotta Continua e tra i giovani dei movimenti studenteschi si diffonde la voce di un imminente golpe. I più esposti temono di essere i primi della lista ad essere scovati dai militari e, nella migliore delle ipotesi, portati in prigione. Tra loro c'è Pino Masi, cantautore simbolo della Resistenza e fondatore del Canzoniere Pisano nonché autore della celebre Ballata del Pinelli, che convince i suoi due compagni di suonate, Renzo Lulli e Fabio Gismondi, a scappare dall'Italia e rifugiarsi in Jugoslavia. Così con in spalla le loro chitarre e a bordo della A112 rossa fiammante di Lulli, che il padre ancora sta pagando a rate, i tre ragazzi si mettono in marcia verso il nord. Una serie interminabile di equivoci, di ingenui colpi di testa e di supposizioni complottistiche cambierà per sempre il corso della loro vita e potrerà i tre pisani a forzare il posto di blocco al confine con l'Austria, in quel di Tarvisio, ad essere arrestati nel carcere di Villach e poi derisi da tutta l'Italia per essere stati i primi e gli unici italiani ad aver chiesto asilo politico all'Austria, patria di nascita di Hitler.


Il regista e scrittore Roan Johnson, nato a Londra ma pisano doc e vicino ai movimenti studenteschi, trasforma in film una storia realmente accaduta nel 1970 a tre pisani divenuti famosi per aver commesso quella che lui stesso ha definito 'una magnifica cavolata'. Convinto che stia per succedere il fatto politico più grosso degli ultimi cinquant'anni di storia italiana, Pino Masi, che all'epoca era una vera e propria celebrità, mette su una strategia del terrore nei confronti dei due amici convincendoli che si potrà cantare e suonare di quello che sta per succedere solo se si riuscirà a fuggire all'estero. D'altronde, dice Masi, "il fascismo non è mai morto" e "qui non si suona per andare alla televisione, qui si fa Resistenza!". Punto cruciale della storia e momento più divertente in assoluto quello in cui i tre ragazzi, fermi ad un autogrill per una pausa caffé e una telefonata, rimangono 'assediati' da decine di militari diretti a sud, ignorando del tutto che l'indomani a Roma si sarebbe celebrata la Festa della Repubblica. A fare il resto l'inno d'Italia diffuso dalla radio di proprietà di un inquietante barista che li guarda per tutto il tempo in maniera sospetta mentre sui muri si leggono scritte come 'contro i comunisti carri armati e paracadutisti!'.

Un'opera dal sapore documentaristico che però è a tutti gli effetti una commedia, a tratti sì surreale e grottesca, ma che ha dalla sua quel pizzico di cattiveria, di umorismo spontaneo e di originalità che raramente riusciamo a trovare in una pellicola italiana. Una piacevolissima avventura on-the-road, I primi della lista, che parla del nostro passato ma dice molto anche del nostro presente, un film intriso di amarezza ma anche di speranza, intrigante con le sue situazioni surreali ma anche tenero nell'approfondire temi importanti come l'amicizia, la fuga e la paura di diventare adulti in un momento storico di grande transizione.
Il film si chiude con la splendida 'Quello che non ho' di Fabrizio De Andrè, brano del 1981 simbolo di queste sensazioni, un pezzo di grande musica popolare che racchiude in sé la metafora di quel segmento importante della nostra storia, una canzone che commuove nella rappresentazione della sconfitta di una generazione che, nonostante tutto, ha ancora un orgoglio da difendere.
Dei tre veri protagonisti forse solo uno è riuscito a reinventarsi, qualcun altro perpetua ancora nell'autoesilio per la vergogna, mentre Masi è rimasto, per scelta, ai margini di quella società che noi definiamo 'normale' uscendo sconfitto da quelle battaglie. In sostanza la loro fuga non è mai veramente finita ma da oggi resterà per sempre racchiusa in questo piccolo grande film che sceglie di non mitizzare quel periodo o quella generazione ma piuttosto di raccontarli in modo intelligente, ironico ed estremamente efficace.

Movieplayer.it

4.0/5