Recensione Che bella giornata (2011)

Checco Zalone fa ridere. Non sappiamo quanto sia la penuria di altri talenti comici a far risaltare le sue capacità, in ogni caso anche la più scontata delle battute, recitata con quell'aria stralunata e cafona al tempo stesso, acquista una forza esilarante davanti a cui poco si può fare. Questo basta e avanza a coprire le magagne di un film divertente in cui la storia sembra addirittura superflua.

O mia bela Madunina...

Quando nel lontano 1935 Giovanni D'Anzi scrisse gli immortali versi di O mia bela Madunina, sotta a ti se viv la vita se sta mai con i man in man, non pensava certamente che all'ombra delle guglie del Duomo di Milano potesse accomodarsi tale Checco Zalone, trentenne pugliese, addetto alla sicurezza dalle grandissime ambizioni e dal talento nascosto. Invece, grazie alla solerte opera del cardinal Rosselli, un porporato che ha battuto ogni record di raccomandazioni/presentazioni/segnalazioni, Checco sta lì; mangia panini e beve birra nel museo, guarda le belle turiste, si prende lunghissime pause colazione, ausculta qualche borsa, tanto per non perdere l'abitudine. Certo, la sicurezza è un'altra cosa. Nel manuale del perfetto terrorista, un capitolo dovrebbe essergli dedicato ad honorem. Non è un caso quindi che Farah e Sufien, due fratelli magrebini che hanno perso i genitori in un attentato, scelgano proprio lui come aiutante involontario per mettere a segno il colpo della vita: far esplodere la Madonnina. Farah lo circuisce con facilità, Checco si lascia corteggiare, certo di aver trovato la donna della sua vita, ma nell'ombra, come gli angeli e i demoni del celebre Don Brown (così recita la versione zaloniana), i cattivi continuano a tramare. Meno male che Checco c'è; con il suo fascino cosmopolita, la grande famiglia (quanti Capobianco ci sono in Puglia?) e soprattutto un animo candido, le cose si mettono a posto.


Correva l'anno 2009 quando Luca Medici, alias Checco Zalone, debuttava sul grande schermo con Cado dalle nubi, una commedia leggera leggera che sbertucciava allegramente il "celodurismo" della Lega, i reality show e i pregiudizi contro i gay e i meridionali in terra nordica. Evidentemente c'è ancora molto da "smontare" in questa Italia sgangherata, dove studiare non serve a niente (la battuta è un filo più greve) e contano invece le raccomandazioni. Nasce così Che bella giornata, storia per niente seria di un uomo che nonostante sé stesso riesce ad arrivare là dove pochissimi sono riusciti. Anche questa volta la regia è di Gennaro Nunziante, ma è il comico pugliese, scuola Zelig, ad avere in mano il timone, dalla prima all'ultima scena, senza cadute di ritmo. Checco Zalone fa ridere. Non sappiamo quanto sia la penuria di altri talenti comici a far risaltare le sue capacità, in ogni caso anche la più scontata delle battute, recitata con quell'aria stralunata e cafona al tempo stesso, acquista una forza esilarante davanti a cui poco si può fare. Questo basta e avanza a coprire le magagne di un film divertente in cui la storia sembra addirittura superflua. Conta quello che fa il protagonista, come reagisce, come inciampa, a quale brutta figura si sottoporrà più o meno inconsapevolmente. E agli altri non resta che stare a guardare. Bel problema se in futuro si vorrà proporre qualcosa di diverso da questo collaudatissimo canovaccio. Per il momento, però, la formula funziona eccome.

E funziona perché Zalone/Medici fa quello che gli riesce bene, intrattenere il pubblico, certo, ma anche comporre canzoni ai limiti del surreale che si inchiodano in testa fino ad esaurimento dei neuroni; pezzi come L'amore non ha religione o Se mi aggiungerai, che si legano furbescamente al film, così non si può fare a meno di pensare all'uno, senza evocare l'altro. Con la forza dell'incoscienza, quindi, la premiata ditta Nunziante-Zalone si concede il lusso di sbeffeggiare certi malcostumi italici, senza risparmiare la chiesa (nemmeno Benedetto XVI); perfetta in tal senso l'interpretazione di Tullio Solenghi che riesce a dare al suo cardinal Rosselli un aplomb ieratico, degno contraltare dei suoi intrallazzi (tutti a fin di bene, per carità). Funziona meno la descrizione del mondo arabo, con personaggi maschili troppo stereotipati e dai volti sempre corrucciati, mentre la protagonista femminile, Nahiha Akkari, tutto sembra tranne che una feroce terrorista. Girata quasi col pilota automatico, invece, la parte dedicata alle svariate diramazioni della famiglia pugliese Zalone-Capobianco, salvata dall'incisiva prova di Rocco Papaleo nei panni del padre di Checco, un militare italiano di ritorno dall'Iraq che vorrebbe tornare a Baghdad pur di non avere a che fare con la moglie. Da gustare poi il cameo di Caparezza, costretto per cause di forza maggiore a reinterpretare l'evergreen dei Ricchi e Poveri, Sarà perché ti amo. Checco Zalone si conferma attore dalla comicità elementare (racchia fa rima con baldracchia); uno spirito, il suo, forse urticante per lo spettatore dal palato fino, refrattario davanti a giudizi del calibro di se il tuo cuore batte per una seconda-coppa B, allora è amore, ma punto di forza di uno dei pochi artisti a non aver perso l'indiscutibile verve umoristica nel grande salto dalla televisione al cinema; che continua ad essere l'unico, vero banco di prova per gli eroi del piccolo schermo.

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3.0/5