Recensione Amore a mille... miglia (2010)

Anche se la riserva di fuochi d'artificio verbali si esaurisce quasi di colpo, la commedia conserva un buon ritmo giocato tutto sul feeling tra i due protagonisti e su uno schietto realismo linguistico che vivacizza la storia.

Andavo a 850 km all'ora (per veder la bimba mia)

Tema: come tenere in piedi una relazione a distanza e vivere felici. Svolgimento: amarsi (un ottimo presupposto), creare nuovi spazi (tutto può essere buono per lasciarsi andare al desiderio, anche il tavolo nella sala da pranzo di una borghesissima casa), provare a resistere al fuso orario, agli amici invadenti, ai parenti serpenti, ai voli high cost, alle tentazioni a portata di mano e soprattutto a quel subdolo pensiero che spinge a credere che sia il proprio partner a dover rinunciare a qualcosa di importante, ad esempio il lavoro, in nome della felicità di coppia. Una piccola via crucis amorosa che Erin e Garrett si trovano a vivere loro malgrado, senza saltare alcun passaggio, quando l'incontro casuale in un locale di New York diventa la svolta della loro vita sentimentale. Lei, giornalista sulla trentina, a caccia del lavoro perfetto e di una realizzazione che vada al di là del semplice stipendio fisso. Lui, discografico depresso, costretto dai capi a seguire e portare al successo band di diciottenni scemi. Cupido scocca fulmineo la sua freccia i nodi vengono subito al pettine. Erin deve lasciare la Grande Mela per tornare a San Francisco e completare gli studi universitari. Ai tempi di internet è più semplice tenere un filo, ma guai a perdere di vista la realtà: i chilometri sono davvero tanti e gli ostacoli forse ancora di più.

Amore a mille...miglia, commedia decisamente gradevole diretta da Nanette Burstein, sfrutta con realismo e tanto humour uno dei presupposti cardine del film sentimentale, la distanza che separa i due innamorati, uno spazio, non solo fisico ma anche affettivo, che diventa ben presto il terreno della fantasie più desolanti: cosa fa lui quando non ci sono? Si strofinerà davvero alla cameriera che gli fa gli occhi dolci? E quando io la bacerò, sarò il solo ad averlo fatto negli ultimi 30 giorni? La Burstein sceglie intelligentemente di non dare risposte a quesiti del genere, lasciando che sulla gelosia giochino i comprimari, l'iperprotettiva sorella di Erin, la deliziosa Christina Applegate (suo è uno dei tormentoni del film, urlare "statua!" per bloccare la figlia Maya) e gli amici di Garrett, Jason Sudeikis e Charlie Day. I protagonisti, Drew Barrymore e Justin Long, coppia anche nella vita, hanno altro a cui pensare e lavorano di fantasia per far funzionare il loro rapporto. Li troviamo al telefono in orari sfasati mentre ridono per un video su tube. Chattano al computer, si mandano messaggi, giocano (male) la carta del sesso telefonico. Insomma, si innamorano e poi pian piano diventano amici, complici. Una trasformazione sostanziale che l'autrice segue con brio e leggerezza, anche grazie al realismo linguistico (che in certi momenti non disdegna di diventare "cattivo"), retaggio della carriera da documentarista intrapresa con successo dalla stessa Burstein, candidata all'Oscar nel 2000 per On the ropes, opera dedicata alla boxe. In un certo senso il ring è rimasto lo stesso, anche se i contendenti si sfidano per qualcosa di diverso.
L'epilogo della storia, tuttavia, non conferma quanto di buono viene mostrato fino al punto di svolta della vicenda, quando cioè i due personaggi principali affrontano realmente tutti i loro problemi e si trovano davanti alla necessità di dover scegliere tra amore e lavoro (e il sacrificio si chiede sempre alla lei di turno). La riserva di fuochi d'artificio verbali si esaurisce quasi di colpo, come se la regista avesse voluto accontentarsi delle vette di comicità raggiunte nella prima parte. Gran parte del merito dell'esilarante escalation di situazioni buffe va addebitato alle invasioni musicali di Charlie Day, che nei momenti di intimità pensa bene di regalare a Garrett un accompagnamento pop ultra romantico (e giusto un filino "trash"), per nulla richiesto dal diretto interessato. Non è da tutti, infatti, dare il primo bacio alla donna propria vita sulle note di Take My Breath Away dei Berlin (sognando di essere Tom Cruise) e poi fare colazione con I've Had the Time of My Life. Nel complesso, quindi, non si può non giudicare favorevolmente una commedia che nonostante i difetti mostrati conserva lo stesso un buon ritmo, giocato tutto sul feeling tra tra gli interpreti, tra i punti di forza del film assieme alla schiettezza dell'eloquio dei protagonisti. Producono Jennifer Gibgot e il fratello Adam Shankman, coreografo tra i più apprezzati a Hollywood e regista di opere spensierate e senza troppe pretese. Esattamente come questa.

Movieplayer.it

3.0/5