Recensione Cronaca di un Assurdo Normale (2012)

Girato in sole due settimane con un budget limitato, il film rappresenta indubbiamente il desiderio di andare oltre gli atteggiamenti ostili dell'ambiente artistico e di dimostrare che è possibile realizzare i propri sogni anche in condizioni estreme.

A pugni chiusi e cuore aperto

Nella notte del 17 febbraio 2009, nei pressi di San Saba a Roma, Stefano Calvagna viene assalito da uno sconosciuto. Dei sette colpi sparati, alcuni lo raggiungono alla gamba sinistra a pochi centimetri dall'arteria. Da quel momento per il regista romano, decretato da Gian Luigi Rondi come il Tarantino italiano, inizia un'avventura giudiziaria fatta di errori e omissioni. Vittima di minacce da parte di finanziatori e collaboratori legati agli ambienti della malavita locale e con esponenti della mafia, si trova a sua insaputa ad assistere a complotti economici e imbrogli contrattuali da parte dei collaboratori più stretti. Nemmeno la scelta di affidarsi alla giustizia si rivela risolutiva. Solo un esponente della Guardia di Finanza sembra mettersi a disposizione, progettando un'indagine per riuscire a incastrarli. Ma quando un video della telecamera a circuito chiuso lo immortala mentre apre la porta dell'ufficio del suo socio per permettere al finanziere d'introdursi e nascondere un'arma da trovare in una perquisizione successiva, Calvagna si trasforma da vittima in colpevole. Così, arrestato e condannato a più di tre anni di detenzione, il regista si trova protagonista di un vero e proprio intreccio kafkiano dove la verità sembra essere relativa e nemmeno la confessione di un killer professionista della mafia riesce a insinuare un dubbio negli inquirenti.

Da questa vicenda personale, in cui il giudizio pubblico si è spesso sovrapposto a quello giudiziario, prende spunto il film Cronaca di un assurdo normale che segna il ritorno del regista dietro la macchina da presa. Girato in sole due settimane con un budget limitato, il film rappresenta indubbiamente il desiderio di andare oltre gli atteggiamenti ostili dell'ambiente artistico e di dimostrare che è possibile realizzare i propri sogni anche in condizioni estreme. Infatti, fatta eccezione per il montaggio di Carnage terminato da Roman Polanski nella reclusione del suo chalet in Svizzera, questo progetto rappresenta la prima produzione mai pensata e portata a termine agli arresti domiciliari. In questo modo, ottenuto il permesso di lavorare all'interno di un'associazione culturale e sportiva, Calvagna si trova a dover forzatamente sfruttare i locali immensi della palestra dell'amico e attore Claudio Del Falco. Questo stato di nuova reclusione, però, invece che determinare un limite, rappresenta uno degli elementi più interessanti e caratteristici dell'opera. I campi sportivi, la sala pesi e gli uffici sempre troppo piccoli per contenere tutte le aspettative deluse del regista, vivono di una luce e di un carattere realistico difficile da riprodurre con assoluta onestà all'interno di un teatro di posa. Attraverso un arredamento e una serie di attività che nulla sembrano avere a che fare con il cinema, sottolineano allo stesso tempo la drammaticità della situazione ma anche l'unico barlume di speranza mantenuto inconsapevolmente vivo dalla varia umanità che popola più o meno assiduamente il luogo. Fermo, immobile, costretto a rispettare una detenzione a orario, da parte sua Calvagna non può fare altro che aspettare il normale susseguirsi degli eventi che gli offriranno la possibilità di raccontare la storia dell'uomo e dell'artista che vuol tornare a essere.
Ma è proprio in questo egocentrismo universale che si nasconde l'elemento più fragile della costruzione narrativa del film. Data per scontata la struttura complessa della vicenda giudiziaria da cui tutto prende spunto, il regista non riesce a mettere pienamente a fuoco il soggetto del suo racconto, ponendo sotto gli occhi dello spettatore fin troppi spunti di riflessione personali che, per quanto singolarmente validi, confondono e ritardano troppo l'incontro con la parte essenziale del film. Così Cronaca di un assurdo normale diventa una sorta di esperimento metacinematografico in cui le fasi alterne di una produzione bloccata dai preconcetti nati dalla "fama" negativa del suo realizzatore si sovrappongono alle difficoltà affrontate dal cinema indipendente, al significato di un'appartenenza calcistica e alla perdita d'identità politica, tutto costantemente ed esclusivamente rapportato al punto di vista del regista. Il problema è che i mesi trascorsi tra le sbarre di Regina Coeli, le umiliazioni vissute dalla sua famiglia e le successive difficoltà nel ricostruire la propria vita pesano sulle spalle di Calvagna come un macigno che lo porta a eccedere in un vittimismo generalizzato. Per questo motivo, con una certa fatica, si raggiunge il cuore della questione grazie ad un'ambientazione teatrale in cui il regista, affiancato finalmente dallo sceneggiatore Emanuele Cerquiglini, prova a mettere in scena le fasi essenziali della sua disavventura in modo oggettivo. Ancora una volta l'ambientazione spoglia, ridotta a un palcoscenico e a delle luci ben posizionate, arriva in soccorso arricchendo il momento di un forte impatto emotivo. In questo modo la vicenda si allontana dal pericolo d'immagini retoriche e si presenta finalmente solo grazie alla nudità dei sentimenti generati.

Movieplayer.it

2.0/5