di lediva (11.03.2004 10:50:52)
Sinceramente, non so cosa dire.
Prima di andare a vedere il film ho letto varie recensioni e commenti, e ho deciso di fidarmi questa volta, cosa che non faccio mai xchè ho sempre pensato che le recensioni non siano attendibili, e infatti...
E pensare che x vedere Big Fish ho rinunciato a Koda Fratello Orso, che errore!
Non dico che mi sono addormentata, ma poco ci mancava.
Premetto che apprezzo immensamente altri film di Burton, primo fra tutti Edward mani di forbice e poi anche Il Mistero di Sleepy Hollow, ma bisogna dire che c'era quell'interprete straordinario di Johnny Depp, e quindi la cosa era ben diversa già in partenza.
Riconosco che Big Fish è un film curatissimo fin nei minimi dettagli, una fotografia stupenda, la trama poi mi ha stupito e l'ho trovata davvero originale (salvo scoprire poi che è tratta da un libro, ehm...), però....però però.
Però è un film che risulta essere troppo lento, troppo incentrato sui dettagli, gli attori sono piatti, perfino Ewan McGregor che mi piace così tanto, beh qui non rende certo al suo meglio. E poi, alcuni personaggi...ma dove mai esiste una moglie perfetta come quella interpretata da Jessica Lange? Dove??? E la nuora incinta, con quell'aura di santità, sempre con le mani sul pancione...ma su è proprio distantissimo dalla realtà, è proprio un'utopia!
E' innegabile che ognuno di noi percepisce le cose in maniera differente, ma è anche vero che questo film risulta essere di una noia mortale, nonostante ci siano dei momenti veramente particolari, belli e commoventi, come l'inizio e la fine...ma sinceramente non mi sembra sufficiente!
E' un film eccessivamente interiore, secondo me Burton l'ha fatto x se stesso, e risulta incomprensibile x coloro che non abbiano la sua stessa dimensione intellettiva e psichica.
Se non avessi saputo che era lo stesso regista di Edward mani di forbice, non l'avrei mai detto.
Trovo piuttosto che si avvicini moltissimo al genere di Moulin Rouge, con la differenza che non è un film musicale come l'altro, infatti nemmeno quello mi era piaciuto, anzi mi aveva irritato moltissimo.
Probabilmente mi definirete incompetente con queste mie parole, ma sinceramente penso che Burton avrebbe potuto imprimere un ritmo molto più vivace e rendere più comprensibili molti passaggi, ne avremmo beneficiato tutti.
Curiosità: il nome Edward ricorre sempre nei suoi film, è il nome di suo padre? O è il vero nome di Burton? O di chi? Se qualcuno lo sapesse...
Consiglio comunque di andarlo a vedere solo se pensate di essere sulla sua stessa lunghezza d'onda, altrimenti finirete x passare la serata a lottare x rimanere svegli e a rimpiangere di non essere nella sala di fianco.
P.S. il giorno dopo aver visto il film sono andata a comprare il libro, lo sto leggendo; dalle prime pagine è già completamente diverso dal film...quando avrò finito vi dirò!
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di remo_checola (16.03.2004 12:18:32)
Sabato ho visto un film bellissimo.
Di quei film che ti fanno riconciliare con il cinema… e con il cinema americano, soprattutto.
Di cosa parla?
Della scoperta e ri-scoperta di un padre (Edward Bloom interpretato dall’eccezionale Albert Finney) da parte del figlio Will.
Will era cresciuto nell’amore dei propri genitori e del padre, soprattutto, il quale gli aveva narrato la storia della sua vita in una veste fantastica, e infarcita di personaggi e creature da fiaba, come l’enorme pesce gatto (il “Big Fish” del titolo) che aveva catturato usando come esca la propria fede nuziale, o come il gigante buono che spaventava il paese, o l’impresario del circo che di notte si tramuta in cane-lupo, fino alle sorelle siamesi che lo salvano in un’operazione di guerra in Cina.
Will, poco per volta, sentendosi messo in ombra a causa di questa grandezza, sentendosi giocato perché incapace di sapere la verità sul proprio padre, forse anche preso in giro perché messo all’oscuro delle vere dinamiche della vita, sceglie l’unica strada che ritiene possibile, va via di casa, all’estero, lontano da Edward, dalla sua fama, dalla sua esistenza, pur portando con sé l’eredità intellettuale del “raccontastorie”, scegliendo come proprio lavoro quello del giornalista.
Dopo vari anni il figlio, richiamato a casa per assistere negli ultimi giorni di vita il padre morente, ascolta nuovamente la storia di quella vita, che adesso sente raccontare alla nuora, ed indaga e ripensa su CHI sia veramente quell’uomo, e PERCHE’ abbia avuto quest’esigenza di raccontare la propria storia in maniera fantastica e fantasiosa,
È giusto reinventare il proprio passato in maniera da poterlo rivivere come meraviglioso?
È giusto vedere il mondo, la vita, con gli occhi dei bambini, mescolando realtà e fantasia, per sfuggire dalla noia della quotidianità?
È qui la sfida di Edward e del valore della favola vera protagonista del film.
Cos’è la vita e perché noi tutti accettiamo di vederla rallegrata e indorata dai personaggi delle fiabe?
Perché continuiamo a dire ai nostri figli che i regali alle feste vengono portati da Babbo Natale e dalla Befana?
Perché noi tutti lentamente, insieme a Will, poco per volta siamo divertiti, affascinati, commossi, catturati, dalle fantastiche favole raccontate dal grande affabulatore “Big Fish”.
Perché restiamo emozionati e fermi al capezzale di Edward Bloom per sapere come andranno a finire le sue storie, come riuscirà ad uscire dal bosco incantato, dove si era perso, o come farà a frequentare e a farsi sposare dalla ragazza dei suoi sogni?
Perché siamo disposti a perdonare la sua grandezza, anche se questa provoca il risentimento del figlio?
La risposta viene man mano che Will riesce a guardare la situazione dall’ottica del padre.
Viene a scoprire che gran parte di quelle storie sono vere, solo rese un po’ più “esagerate” più “fantastiche” ma sostanzialmente reali, e nate dall’esigenza di vivere una vita meravigliosa da parte di un uomo che, per amore della propria moglie e del proprio figlio, sì proprio di quel figlio che è da lui fuggito, si “autoreclude” in un mondo piccolo, provinciale, tranquillo, della provincia americana.
L’amore verso i suoi famigliari lo costringe a fermarsi, a smettere di ambire a qualcosa di più grande e, allora, non gli resta che guardare la propria vita attraverso le lenti colorate e deformate della fantasia, ri-creandola giorno per giorno, cosa che lo porta ad innamorarsi di quel piccolo mondo, della propria moglie sempre fedele, degli amici più cari.
L’effetto tuttavia è quello di diventare comunque troppo grande per quella realtà di paese, troppo grande per un figlio che non si sente alla sua altezza.
L’effetto è quello di diventare come quel mitico grande pesce che nessuno riusciva a catturare, fino a quando lui osò adescarlo con la cosa che più aveva di caro, l’anello nuziale, nel giorno della nascita di suo figlio.
Questa è la più grande e calzante metafora della sua vita. La vita libera e spensierata di un giovane di provincia, fluida e promettente ricche avventure come quella del grande pesce-gatto, viene catturata dal matrimonio, anche se con la bellissima Jessica Lange, e dalla nascita di un bambino.
Ma fortunatamente, al termine della storia, ogni pezzo riacquista la sua posizione, ogni affetto si trova contraccambiato, ogni fantasia ritrova la sua giusta dimensione e anche noi, commossi e incollati alle nostre poltrone, accettiamo ed amiamo quello smisurato grande pesce che nessuno riusciva a prendere.
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