di orudis (06.03.2007 09:33:52)
Se nel 1955 fosse nata Rete 4 invece della RAI, oggi saremmo tutti come i giapponesi della seconda guerra mondiale: fanatici nella fede per l’imperatore (sapete a chi mi riferisco), privati del contatto con la realtà, pronti a suicidarci se perdessimo l’onore.
Per fortuna, invece, è nata la RAI e oggi siamo tutti fanatici nella fede per il calcio, privati del contatto con la realtà, questo sì, ma pronti a perdere la dignità, oltre all’onore, pur di apparire qualche minuto in TV.
Siamo quindi il pubblico meno indicato per immedesimarci nei soldati di Clint Eastwood, che difendono fino all’ultima goccia di sangue l’isola di Iwo Jima dagli americani che vengono a prendersela.
La prova della nostra inadeguatezza è lampante e dice tutto: riusciamo a identificarci soltanto nel soldatino che cerca di disertare per portare a casa la pelle. Ci riesce invece difficile partecipare alle angosce del generale comandante e non ci viene tanta voglia né di combattere né di seguirlo nelle gallerie scavate nella montagna. I dialoghi in lingua originale giapponese non ci aiutano, ma Eastwood non aveva scelta. Ve lo immaginate un soldato giapponese che poco prima di farsi saltare in aria prova a venderti un telefonino 3 con la voce di Claudio Amendola?
Parliamo degli attori. No, non parliamone perché non sappiamo bene chi siano. Chi sa distinguere le fattezze di Ryo Kase da quella di Shido Nakamura? Siamo dunque costretti a parlare ancora del regista, per ringraziarlo di averci dato, dopo “Mistic river” e “million dollars baby”, una nuova testimonianza di come si fa il cinema. Se il suo film ci è piaciuto, ma non ci ha del tutto conquistati, non se la prenda, non è colpa sua. Siamo noi che siamo fatti così.
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di piernelweb (17.09.2007 00:58:24)
I colori desaturati di Eastwood si impastano con quelli lavici della terra di Iwo Jima; la macchina da presa indugia in un un grigiore plumbeo presagio di tragedia e morte. Il rovesciamento di prospettiva di "Flags of our fathers" è un film doloroso, più asciutto e più intenso che sottolinea l'assurdità bellica riflettendo sull'impossibilità, in un tale contesto, di intraprendere scelte individuali. Sui volti nipponici si legge l'ineluttabilità della sconfitta, ma come in "Salvate il soldato Ryan" il sacrificio di tante vite segnerà un fortuito destino di sopravvivenza per il giovane Saigo salvando così la sua promessa fatta al figlio, ancora nel grembo della madre, di tornare a casa. Il momento più toccante è nella sequenza della lettura della lettera scritta ai genitori dal prigioniero americano. Watanabe è un'attore solido, la sua performance è un emblema dell'orgoglio del coraggio e dell'onore giapponese. Pur non raggiungendo le vette del genere il vecchio Clint si conferma un regista in stato di grazia, e questa suo duplice lavoro è una preziosa rilettura su due versanti di uno dei avvenimenti più atroci della storia contemporanea.
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di Berto (22.09.2007 22:13:44)
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di Ragazzo bianco (25.06.2008 12:46:09)
Grandioso, uno dei migliori film di Eastwood, quest'uomo è capace di commuovere come pochi altri nel cinema americano degli ultimi anni. Stile classico, scene di battaglia anche fin troppo realistiche, momenti memorabili. Contributi tecnici di altissimo livello. Un gradino sopra a Flags of our fathers.
Voto: 8.5.
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