Recensione Hair (1979)

Una scelta vincente fu quella di prediligere gli spazi aperti, permettendo di gestire le splendide coreografie in maniera libera e fantasiosa - come la vita dei giovani hippie.

Torna l'Era dell'Acquario

Hair era stato il musical della controcultura, della protesta pacifista, dell'amicizia e dell'amore libero: una produzione off-Broadway chiacchierata e controversa, a causa dell'uso di turpiloquio, dell'abbondanza di riferimenti a sostanze psicoattive e della presenta di nudità integrali. Nel 1979 divenne un film di Milos Forman, che di quello spirito ribelle non poteva che rappresentare un accorato omaggio postumo. Nell'occasione del venticinquesimo anniversario dall'uscita, il film è un delle poche proposte estive davvero valide nelle sale. Il mito nostalgico non è tramontato, e anche le successive generazioni ne avvertono tuttora il richiamo; la stessa fascinazione che si produsse in un Milos Forman che, appena giunto in America dalla nativa Cecoslovacchia, fu tra coloro che assistettero al primo allestimento teatrale dello show nel 1967.

Solo dodici anni dopo, forte del successo dell'acclamatissimo e pluripremiato Qualcuno volò sul nido del cuculo, potè prendere in mano il progetto di una riduzione cinematografica di Hair; e in una congiuntura non esattamente favorevole dal punto di vista commerciale. Il musical, infatti, non godeva di grande popolarità ed era ricordato come un piccolo e passeggero fenomeno generazionale: il progetto partiva quindi svantaggiato proprio presso il suo potenziale pubblico elettivo. Per questo motivo, Forman e la produzione abbandonarono l'idea iniziale, che prevedeva scenografie teatrali e taglio documentaristico, per dare alla pellicola uno spessore più cinematografico ed autonomo. Forman si affidò allo sceneggiatore Michael Butler, cui toccò il compito di rielaborare il materiale originale, costituito per lo più da numeri musicali e sketch tenuti insieme da un vago filo logico, per trarne un corpus narrativo convincente. Di qui, una serie di interventi pesanti sul plot originario. Il lavoro - nonostante le proteste dei nostalgici - fu fatto a dovere, se è vero che il film è valso a rinverdire la popolarità della pièce e a farla entrare nella storia del musical filmico.

Coesione narrativa a parte, a Forman interessava dare risalto alle numerose gemme musicali intessute nella narrazione, scongiurando il rischio, sempre presente in questo genere di pellicole, di fare dei numeri canori delle parentesi scollegate dal resto. In questo senso, una scelta vincente fu quella di prediligere gli spazi aperti, permettendo di gestire le splendide coreografie in maniera libera e fantasiosa - come la vita dei giovani hippie. Emblema di questo è la sequenza iniziale, quella della celeberrima Age of Aquarius: i ragazzi, la musica, il ballo, i colori nel cuore del Central Park, e non un elemento che stoni, che risulti innaturale allo spettatore ormai lontano temporalmente e psicologicamente dall'atmosfera della "Summer of Love".

Nel complesso, è vero che la sceneggiatura del film mitigò il forte messaggio politico dell'originale teatrale per concentrarsi sui buoni sentimenti, l'amore, l'amicizia e la libertà: resta però inalterata l'anima pacifista, soprattutto nel finale, che è un malinconico e commovente addio all'era hippie e anche una decisa denuncia della brutalità e dell'insensatezza della guerra.

Movieplayer.it

4.0/5