Recensione Il violinista del diavolo (2013)

Bernard Rose, conquistato dal genio e sregolatezza espressi di pari passi dal maestro genovese e puntando proprio sulla parte più oscura e misteriosa della sua personalità, ha scommesso tutti le sue "qualità" artistiche su un'atmosfera noir al limite dell'occulto.

Sesso, droga e musica classica

Larghetto, andante amoroso, staccato e pizzicato. Senza alcun dubbio questi termini non hanno molto significato per il grande pubblico pur rappresentando la base più solida della carriera musicale di Niccolò Paganini. E, fatta eccezione per dei casi particolari come gli amanti della musica classica o gli studenti del Conservatorio, questo nome non porta alla mente conoscenze particolari se non il detto popolare che Paganini non ripete. Dunque, perché scegliere di raccontare una parte della sua vicenda e, soprattutto, come farne un personaggio appetibile e fascinoso per le sale cinematografiche? Il regista Bernard Rose deve essere rimasto conquistato, senza alcun dubbio, dal genio e sregolatezza espresso di pari passi dal maestro genovese e, puntando proprio sulla parte più oscura e misteriosa della sua personalità, ha scommesso tutti le sue qualità artistiche su un'atmosfera noir al limite dell'occulto. Per questo motivo Il violinista del diavolo prende in prestito dalla biografia di Paganini gli aspetti più dissoluti, come l'amore per le donne e il gioco d'azzardo, e una certa diceria che lo voleva adoratore del demonio.


Il talento di esecutore, la velocità incredibile con cui faceva cantare il suo storico Stradivari e l'innovazione nella composizione non potevano essere doni naturali, quindi ben venga un intreccio faustiano in cui l'artista vende l'anima ad un impresario dalle fattezze luciferine. Inoltre, a confortare la "ricostruzione" cinematografica di Rose c'è tutta una produzione biografica che voleva il maestro amante degli eccessi, drogato di mercurio a causa della sifilide e scarsamente religioso, tanto da rifiutare l'estrema unzione e vedersi negare la sepoltura in terra consacrata. Certo, i puristi della musica "alta" arricceranno il naso di fronte a questa narrazione dalle tinte mefistofeliche eppure, nonostante un eccesso di enfasi e una certa staticità espressiva dimostrata dal protagonista David Garrett durante i primi piani, il film riesce ad avere una personalità e, parlando in termini musicali, un ritmo allegro ma non troppo.

Paganini al cinema

Prima di Bernard Rose la vita al limite di Paganini venne portata sul grande schermo da Klaus Kinski con una pellicola che non è certo entrata nella storia del cinema come Amadeus di Milos Forman. Girato nel 1989, il drammatico Paganini ha segnato anche l'esordio alla regia dell'attore il quale, in questo modo, rovina se stesso e non celebra certo il genio del violinista genovese. Tra le curiosità che accompagnano la pellicola c'è la presenza di Debora Caprioglio nel cast, allora compagna dell'attore/ regista ma, più di ogni altra cosa, sconvolgono alcune scelte sperimentali e prive di senso apparente che caratterizzano questo film dimenticato. La più bizzarra di tutte, probabilmente, è l'ostinazione di Kinski ad impugnare nel modo sbagliato il violino come se fosse mancino, caratteristica che non apparteneva minimamente al maestro. Unico elemento positivo furono, naturalmente, le musiche con cui Paganini riesce in extremis a salvare se stesso e la sua arte per mano di Salvatore Accardo, uno dei violinisti più talentuosi del novecento.

Il violinista che ha reinterpretato il genio

Una sorte migliore spetta senza dubbio a questo secondo esperimento, non solo perché la regia di Rose è più misurata e definita ma, soprattutto, perché questa volta ad impugnare lo strumento c'è un artista vero capace di ascoltare e produrre musica. Chiamato inizialmente per eseguire la colonna sonora, il violinista David Garrett si è trovato a vestire i panni del suo mito nonostante una totale inesperienza nella recitazione. Dopo averlo visto all'opera durante i suoi concerti e di fronte la macchina da presa, il regista si è reso conto di quanto il violino sia uno strumento fisico, il cui "corpo" diventa tutt'uno con quello dell'esecutore producendo movimenti che, allo stesso tempo, sembrano dar vita e seguire l'armonia. Da qui la scelta di affidarsi alle naturali capacità espressive di un giovane artista capace d'infiammare le platee moderne con la sua musica e di esibire un'evidente avvenenza, cosa che non guasta per un performer.

Ma chi è David Garrett che sullo schermo, come nella vita professionale, sfida il maestro Paganini? Oltre lo sguardo ombroso e le labbra carnose si cela uno dei talenti più incredibili degli ultimi anni che, partendo dalla Germania, è riuscito a conquistare l'Europa e gli Stati Uniti. Al suo attivo ha due milioni e mezzo di dischi venduti, l'iscrizione nel Guinness dei primati per aver prodotto l'esecuzione più veloce de Il volo del calabrone e, caso mai non bastasse, ha raggiunto il successo di pubblico grazie all'album Rock Symphonies in cui ha portato il classico a delle tonalità più rock. In nome di tutto questo e molto altro, dunque, gli si perdona il costante atteggiamento da bello e dannato assunto nel film cui alterna un languore di derivazione amorosa. Perché puoi chiamarti anche Paganini, ma se vendi l'anima al diavolo per il successo non puoi pretendere di essere felice e corrisposto.