Recensione I Am Not Him (2013)

In concorso al festival internazionale di Roma, quella del turco Tayfun Pirselimoglu è un'opera contraddittoria e anti dinamica che indaga sull'identità e sul desiderio di vivere una vita diversa dalla nostra, qualunque essa sia: fatta di silenzi, vuoto e solitudine, ha una messa in scena che mette alla prova lo spettatore più paziente, ma stimola la riflessione e crea diverse suggestioni.

La vita di un altro

Ancora un film dolente e sofferto che arriva dalla Turchia in concorso in un festival italiano: dopo Küf-Muffa di Ali Aydin, premiato a Venezia nel 2012 come miglior opera prima, in concorso a questo festival del film di Roma viene presentato in Ben o degilim (I Am not Him) di Tayfun Pirselimoglu. Oltre alla presenza dello stesso protagonista, l'attore e scrittore Ercan Kesal (sua la sceneggiatura di C'era una volta in Anatolia), che interpreta anche qui un personaggio introverso e disperato sullo stesso registro del precedente, diverse sono le similitudini tra le due opere: entrambi i film indagano a modo loro la solitudine dell'animo umano, tra sguardi e silenzi, vuoto e incomunicabilità. Se Aylin si concentrava principalmente sull'idea di filmare l'assenza, il vuoto dovuto all'elaborazione di una perdita, Pirselimoglu é affascinato invece dall'idea della ciclicità della vita che ci porta costantemente a rivivere le stesse situazioni, e soprattutto in questo caso indaga sull'identità e sul processo che spinge qualcuno a volere vivere la vita di qualcun altro.

Nihat è un introverso impiegato nella mensa di un ospedale, la sua vita solitaria procede monotona tra il lavoro, gli anelli di fumo delle interminabili sigarette e i pasti consumati pigramente davanti alla televisione. Comincia con circospezione a frequentare Ayșe, una donna che lavora con lui come lavapiatti, sola anche lei, molto più giovane e con un marito in prigione. Vedendo le foto del marito, Nihat si accorge di quanto sia incredibile la somiglianza con l'uomo. La relazione tra i due prende una piega inaspettata. I dialoghi del film sono ridotti all'osso, il tempo scorre scandito dalle sigarette e dal çai, il the turco. Non c'è musica, la messa in scena è minimale, con lunghe inquadrature fisse che indugiano sulla fissità di un volto, di un oggetto, di un luogo. Seguiamo Nihat che lentamente diventa Necip, spinto dal desiderio irrazionale di vivere una vita che non sia la sua, un uomo che non sente di avere una sua identità e la acquista prendendo quella di un altro. Viene da pensare al fallimento esistenziale di matrice pirandelliana, alla poetica della maschera e alle riflessioni sul doppio nella vita di tutti noi: liberarsi di sé stessi e della propria identità come passo verso una nuova vita. Magari spinti dal bisogno di affetto e di contatto che ogni tanto affiora e scalfisce il muro di incomunicabilità dietro il quale sono trincerati i protagonisti, sotto forma di un goffo e animalesco amplesso, o di una semplice carezza sulla mano.
Mentre per Pirandello assumere una nuova identità era un tentativo di essere più felici e migliorare la propria condizione sociale, qui il protagonista persevera nel suo processo anche quando invece il cambiamento lo riporta ad un punto di partenza, ma in una condizione addirittura peggiore. Una serie di déjà vu spingono ad una riflessione ulteriore sulla ciclicità della vita, dove le storia finisce laddove era cominciata. Inutile porsi domande sulla ripetitività degli eventi e la mancanza di senso di alcune azioni e situazioni: per sua stessa ammissione il regista desiderava porre piuttosto delle domande e mettere dei punti interrogativi, per i quali necessariamente non è richiesta una risposta. Nonostante la lentezza a tratti esasperante e una messa in scena davvero ostica per lo spettatore, fatta appunto di sguardi e silenzi interminabili, assenza pressoché totale di enfasi e dinamicità, il film alla fine è stimolante proprio per le riflessioni e le domande che suscita e in questo senso cattura, suggestiona e non lascia indifferenti. Il dibattito è aperto.

Movieplayer.it

3.0/5