L’uomo dal cuore di ferro, la recensione: l’eroico attentato al delirio nazista

La recensione de L'uomo dal cuore di ferro: il film di Cedric Jimenez narra l'ascesa di un uomo chiave del regime nazista e la resistenza che gli si oppose.

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L'uomo dal cuore di ferro: Jason Clarke in una scena

Uggiosa giornata di maggio. Praga. 1942. Tra le strade della città si aggira un'auto con un carico pesante. A bordo del veicolo siede uno degli uomini più stimati e apprezzati da Adolf Hitler, figura centrale del Reich, noto per la sua gelida, disumana ed efferata spietatezza. Il passeggero di quella Mercedes decappottabile è Reynard Heydrich, bersaglio prediletto della resistenza cecoslovacca, pronta a tendergli un agguato studiato nei minimi dettagli. Nel momento più delicato, ovvero quando Heydrich è a tiro, un fucile si inceppa e una bomba artigianale viene lanciata verso di lui. Si apre così L'uomo dal cuore di ferro, ovvero mettendo in scena l'agognato apice di un eroico atto di coraggio.

Come andrà a finire ce lo ha detto la storia e ribadito il dettagliato romanzo HHhH, scritto da Laurent Binet. Il film di Cedric Jimenez si ispira alla storia romanzata per mettere in scena sia l'ascesa politica di un cyborg ariano che la faticosa rivolta di chi osò combattere l'atroce follia del nazismo. A pochi giorni dalla Giornata della Memoria 2019, L'uomo dal cuore di ferro torna a toccare corde capaci di scomodare un eterno dilemma. Lo sdegno provato dinanzi a certe sequenze è un demerito della Storia o è un merito cinematografico? Difficile scorgere le abilità del cinema quando ci si addentra nelle ferite ancora sanguinanti degli annali, perché, per quanto possa essere rassicurante considerare lontani gli orrori nazisti, l'Olocausto è l'altro ieri della Storia. È ancora qui che si sussurra addosso per farci sentire il suo alito fetido.

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L'uomo dal cuore di ferro: Rosamund Pike in una scena del film

Ed è per questo che film del genere continuano, imperterriti, a scovare nuove prospettive da cui ribadire il sonno della ragione di cui l'umanità è stata capace. Se il ricordo è una doverosa necessità, L'uomo dal cuore di ferro verrà ricordato come un rispettoso esercizio pedagogico, ma non come una grande pagina di cinema.

Ritratto sbiadito di un abominevole nazista

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L'uomo dal cuore di ferro: una scena con Jason Clarke, Rosamund Pike

C'è qualcosa di fortemente rigido, impostato e di conseguenza scolastico nella struttura narrativa del film di Jimenez. L'uomo dal cuore di ferro è nettamente scisso in due parti ben definite: la prima è tutta dedicata all'ascesa politica di un feroce Reynard Heydrich; la seconda alle trame ordite nell'ombra dalla Resistenza cecoslovacca. A Jason Clarke spetta il difficile compito di dare corpo alla figura detestabile di un uomo meschino, un frustrato arrabbiato col mondo per la sua pochezza, deciso a diventare qualcuno sposando il delirio collettivo nazista. Senza mai cadere nella rischiosa trappola dell'empatia, Jimenez rimane a metà strada da Heydrich, quasi come se lo temesse troppo per vivisezionarlo a dovere.

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L'uomo dal cuore di ferro: Jason Clarke in una scena del film drammatico

Ne emerge un ritratto asettico, incapace di tratteggiare la psicologia perversa della "bestia bionda", del "macellaio di Praga" dal cuore meccanico. Dei traumi che ne costruirono (senza giustificazione alcuna) la personalità atroce non vi è traccia, ed è un peccato perché la donna dietro il mostro, colei che lo ha letteralmente plagiato, plasmato e indottrinato, è una gelida Rosamund Pike, sprecata in un ruolo marginale ma sin troppo decisivo per la nascita della belva. L'uomo dal cuore di ferro promette sin dal titolo di spingersi dentro un luogo che non visiterà mai davvero, perché tutto rimane in superfice, legato alla fredda (e frettolosa) cronaca di un'implacabile ascesa politica di un cyborg sadico.

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Dalla parte degli eroi: la fiera Resistenza

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L'uomo dal cuore di ferro

Il secondo atto è quello dove il cuore arriva finalmente in scena. E non è certo un caso che coincida con la parte migliore del film. Con un passaggio brusco ci addentriamo tra le fila della Resistenza Ceca, mossa dagli impavidi Jan Kubiš e Josef Gabčík, giovani partigiani pronti a tutto pur di assestare un poderoso pugno nello stomaco del nemico. Nel tratteggiare le esistenze dei due ragazzi legati da una missione suicida, L'uomo dal cuore di ferro svela al meglio l'effettivo doppio senso del suo titolo, che rimanda anche al coraggio inscalfibile di ragazzi che sacrificarono tutto pur di reagire contro l'obbrobrio nazista. Tra sogni spezzati sul nascere e il bisogno di un briciolo di spensieratezza, Cédric Jimenez ci fa percepire tutta la fatica di un gruppo di persone costrette a cadere nel paradosso della violenza e del sangue pur di cambiare le sorti della storia. Quando i dialoghi troppo didascalici lasciano spazio ad un'azione chiara, lineare e a tratti ansiogena, il film riesce a ferire lo spettatore, a scuoterlo senza mai voler essere dirompente o ruffiano nel pretendere fiumi di lacrime. Ed è così che L'uomo dal cuore di ferro si schiera con passione e riconoscenza dalla parte degli eroi, ripudiando il mostro al quale sembra non avere nemmeno voglia di dedicare la cura necessaria per odiarlo come si deve.

Movieplayer.it

2.5/5