Recensione In linea con l'assassino (2002)

Con un budget ridotto e dei tempi di lavorazione strettissimi (solo dodici giorni di riprese) Joel Schumacher confeziona un thriller tesissimo, atipico nella struttura ma ottimamente scritto e diretto.

La vita appesa ad un filo

Un piccolo pubblicitario, cinico e arrivista. Un maniaco omicida con velleità da angelo vendicatore. Una cabina telefonica, improbabile "fortino" assediato. Sullo sfondo, una New York in cui migliaia di apparecchi telefonici tessono i fili di altrettante comunicazioni, tutte intrecciate tra loro, che corrono ad una velocità ormai incalcolabile. Da questi pochi elementi, Joel Schumacher trae un thriller tesissimo, atipico nell'ambientazione e nella struttura, che sovverte gli schemi classici del thriller a sfondo metropolitano.
Girando con un budget ridotto, e con dei tempi di lavorazione strettissimi (il film è stato girato in soli dodici giorni), Schumacher riesce nel non facile compito di assicurare una tensione costante in un film che, caso rarissimo, deve mantenere una continua unità di tempo (la durata del film è esattamente quella della vicenda raccontata) e di luogo (la cabina telefonica e i suoi immediati dintorni). Il regista, avvalendosi anche di un ottimo script, riesce a tenere sempre vivo l'interesse dello spettatore, con soluzioni visive di sicuro impatto (l'"immagine nell'immagine", a volte moltiplicata indefinitamente, come nella scena iniziale, erede dello split-screen che fu tanto caro a Brian De Palma), e una regia che riesce a restituire ottimamente il senso di schiacciante angoscia del protagonista; angoscia che la stessa ambientazione metropolitana non fa che accrescere esponenzialmente (le centinaia di finestre che circondano la cabina, tutte uguali fra loro, ognuna delle quali potrebbe nascondere il fucile puntanto sul pubblicitario). Quello che il regista mette in scena è un "gioco" deliberatamente sadico, che fa piombare il protagonista e lo spettatore in un incubo apparentemente senza via d'uscita: il killer è un'entità senza volto, ma all'apparenza onnisciente, che controlla le azioni del protagonista dall'alto (proprio come una qualche crudele divinità), e sembra avere il semplice scopo di annientarlo psicologicamente prima di ucciderlo. Il clima di assedio sempre presente, con la polizia che circonda la cabina, convinta che il pubblicitario sia un assassino, non fa che accresecere questa componente di angoscia irrazionale, unita alla peculiarità dello sfondo: un incubo in pieno centro di New York, che fa più effetto proprio per la quotidianità e l'apparentemente inattaccabile "normalità" dell'ambientazione.
Sono quindi, principalmente, ambientazione e struttura i punti di forza di questo film, che risaltano più del tema, non nuovo, dell'assassino psicopatico che agisce secondo una logica "morale", e dello studio sociologico (riuscito, ma anch'esso piuttosto risaputo) sulla superficialità delle comunicazioni in una grande metropoli. Parte del merito della riuscita del film va anche all'ottima interpretazione di Colin Farrell, perfetto nel rendere l'angoscia, progressivamente crescente, del pubblicitario, unita alla forzata, ma inesorabile, messa a nudo della sua anima meschina. Alla luce di questo, quindi, si può perdonare allo script qualche piccola incongruenza, quasi inevitabile, in special modo nel doppio colpo di scena finale.
Complessivamente, comunque, si tratta di una buona prova per Schumacher, regista discontinuo (di lui si ricordano ottime pellicole come Linea Mortale e Un giorno di ordinaria follia, ma anche blockbuster senz'anima come Batman e Robin) che, con questo film, potrebbe aver trovato la sua dimensione più congeniale: pellicole a basso costo, di puro intrattenimento, che gli consentano di mettere in mostra le sue ottime doti di artigiano (nel senso migliore del termine) del cinema.

Movieplayer.it

3.0/5