Insidious: La Porta Rossa, la recensione: quando sono i ricordi a mettere paura

La recensione di Insidious: La Porta Rossa. L'ultimo capitolo della saga horror? Funziona. E funziona quando non cerca di spaventare, bensì raccontare. Alla regia Patrick Wilson.

Insidious: La Porta Rossa, la recensione: quando sono i ricordi a mettere paura

Oggi, se c'è un genere duro e puro difficile da scrivere e dirigere, quello è l'horror. Perché le strade e le influenze, nel giro di vent'anni circa, si sono via via incontrate in una spaccatura che tiene il banco: l'horror celebrale, e l'horror - diciamo - più spicciolo e immediato. Entrambe le correnti, però, sembrano rispondere ad una regola che tradirebbe il genere stesso: bisogna riflettere prima ancora che incutere terrore. Ovvero, bisogna raccontare la paura senza mostrarla troppo. Una linea di demarcazione decisamente complicata da percorre, in quanto l'horror nasce per scardinare le nostre paure e le nostre ansie. Il caro vecchio jumpscare non è più l'ingrediente principale, e così bisogna puntare al tono, alla cornice, al contesto, ai personaggi. Il resto viene dopo. Soprattutto se l'horror in questione fa parte di una delle saghe più amate.

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Insidious - La porta rossa: Patrick Wilson in una foto

Per questo, Insidious - La porta rossa, che tra l'altro segna l'esordio alla regia del suo protagonista, Patrick Wilson, come vi raccontiamo nella nostra recensione, concede molto spazio alla sceneggiatura piuttosto che allo spavento. Intendiamoci: la parte horror, intesa nella sua valenza più stretta, è comunque presente. Tuttavia non è fondamentale nell'economia generale. In fondo, Insidious 5 è (o almeno dovrebbe essere) l'ultimo capitolo del franchise ideato nel 2010 da Leigh Whannell (qui alla sceneggiatura) e prodotto da Jason Blum (e chi sennò?), e dunque la chiusura del cerchio doveva necessariamente essere strutturata in un certo modo: rispettare lo spirito (per restare in tema) di Insidious, ma anche restare al passo, e cogliere i cambiamenti di un genere che si sta evolvendo sempre di più.

Giù nell'Altrove

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Insidious - La porta rossa: Patrick Wilson in un'immagine

Come fare, dunque, per rendere coeso un film horror legato ad un importate franchise? Innanzitutto, partire dall'universo conosciuto, mettendo in primo piano Josh e Renai Lambert (Patrick Wilson e Rose Byrne), e i loro due figli Dalton e Foster (Ty Simpkins e Andrew Astor). Via via, però, la storia inizia ad entrare nel vivo, soffermandosi su un doppio binario: quello di Josh - latentemente depresso - e quello di Dalton - adolescente insicuro e taciturno, con un ingombrante trauma alle spalle. Potremmo quasi dire che Insidious - La Porta Rossa più che un horror è un film sul rapporto padre-figlio, se non fosse che la situazione viene alterata dagli incubi e dalle visioni che perseguitano Dalton.

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Insidious - La porta rossa: Patrick Wilson in una scena

Il ragazzo, infatti, da poco arrivato al college - dove condivide la stanza con una ragazza, Chris, interpretata da Sinclair Daniel - è tormentato dai demoni del passato, che sembrano sbucare dai disegni che realizza. Nonostante il clima universitario, le visioni si fanno più intense, più oscure e più spaventose, portando Dalton in quella dimensione che credeva fosse solo un brutto ricordo. Per spezzare la maledizione, c'è un'unica soluzione: Josh e Dalton dovranno scendere (per l'ultima volta) nell'Altrove, affrontando le ossessioni e le paure che attanagliano la loro mente.

Insidious: la porta rossa: un finale che funziona, tra ricordi e paure

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Insidious - La porta rossa: Patrick Wilson in una scena del film

Perché dietro la porta rossa che dà il titolo al quinto capitolo di Insidious c'è l'apparato emotivo che muove i personaggi, e la sceneggiatura. Pur con i suoi ovvi limiti e le sue naturali banalizzazioni (è sempre una questione di contesto, anche quando si giudica un film), l'umore generale attrae la nostra attenzione: sia chi è fan della saga, sia chi invece è alla prima esperienza, troverà in Insidious: La Porta Rossa un buon horror d'intrattenimento, supportato da diverse idee registiche e supportato da una location che gioca un ruolo centrale. Pur girato quasi tutto in interni, la cornice del college fa un certo effetto, prestandosi alle visioni horror di Dalton (una particolarmente riuscita ma non molto approfondita: odore di spin-off?). Lezioni d'arte e i party delle confraternite sembrano il viatico migliore per condurre i protagonisti nella dimensione orrorifica dell'Altrove, in questo caso popolata dai ricordi e dalle memorie di Dalton e di Josh.

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Insidious - La porta rossa: Patrick Wilson sul set

Possiamo dire che lo slancio horror del quinto episodio di Insidious arriva proprio dal rapporto tra i due, esacerbato dalle fratture e dal rancore, e quindi esploso in quei tormenti del passato tornati a destare panico e angoscia. È la percezione del passato, più o meno nitido, il punto focale del film e la materia che genera le sequenze horror. Un horror che sceglie di tramutarsi in un'inaspettata analisi affettiva che frulla al suo interno l'incomunicabilità, i rimorsi, gli sbagli. Insomma, materiale tangibile con cui ci relazioniamo quotidianamente. Del resto, se lo spavento non è più l'obbiettivo finale dei film horror, Insidious: La Porta Rossa funziona proprio nei suoi momenti più rilassati, quando si concede lo spazio per riflettere, spiegare e raccontare. Anche perché oggi basta la realtà a fare (davvero) paura.

Conclusioni

Come scritto nella nostra recensione, Insidious: La Porta Rossa è un buon finale di saga. La location universitaria gioca un ruolo cruciale, la regia di Patrick Wilson, pur senza troppi picchi, ha diverse e interessanti trovate, così come funziona lo spunto di partenza della storia, tra relazioni padre-figlio e la conflittualità della memoria. In fondo, gli horror di oggi devono innanzitutto raccontare, e solo dopo spaventare.

Movieplayer.it
3.0/5
Voto medio
4.0/5

Perché ci piace

  • La location.
  • Il rapporto padre e figlio.
  • La buona regia di Patrick Wilson.
  • L'elaborazione della paura...

Cosa non va

  • ... che potrebbe essere prevedibile e non particolarmente inquietante.
  • Alcune sottotrame poco approfondite.