End of Justice: Nessuno è innocente – La delusione di un vecchio idealista

Scisso tra utopia e disincanto, il nuovo film di Dan Gilroy è un ritratto scrupoloso di un uomo di legge alle prese con il fascino del proibito. Un'opera seconda con molto potenziale sprecato, salvata dalla prova magistrale di un intenso Denzel Washington.

End of Justice: Nessuno è innocente, Denzel Washington in un'immagine del film
End of Justice: Nessuno è innocente, Denzel Washington in un'immagine del film

Roman J. Israel vive fuori dal tempo, immerso in un passato tutto suo. Capelli arruffati, abiti larghi e atteggiamento schivo, lo strambo avvocato non si distacca mai dal suo fedele iPod con tanto di cuffie rétro da cui passa soltanto buon vecchio jazz. Stralunato agli occhi altrui, Roman ama isolarsi, guardare tutto e tutti dalla giusta distanza, perché quella Los Angeles sembra non appartenergli più, lontana anni luce da antichi ideali mai diventati realtà. Troppo individualismo in questa città dominata solo da interessi personali. Troppo io e poco noi nella città dei sogni americani fabbricati soltanto al cinema. Per questo Roman si rifugia in un lavoro diventato cieca ossessione, rifugiato tra le carte e le cause di uno storico studio legale di cui lui ha sempre rappresentato la mente dietro le quinte. Sì, perché l'uomo che ci metteva la faccia, l'avvocato da tribunale, era il fidato collega William, di colpo in fin di vita. Così Roman è costretto ad uscire dal guscio, ad abbandonare la teoria del codice penale (che conosce a menadito) e a sporcarsi le mani con la realtà: clienti da difendere, criminali, giovani rampanti senza molti scrupoli.

Improvvisamente la realtà irrompe nel mondo ovattato di questo triste signore solitario. Che fare? Adeguarsi alla condotta pragmatica del suo nuovo capo (un cinico Colin Farrell) o lottare finalmente per i diritti civili? Nel dubbio End of Justice: Nessuno è innocente parte dal senso di colpa del suo protagonista, gravemente pentito per una vergognosa condotta.
Cosa avrà mai spinto Roman ad accusarsi da solo? Facile intuire che il secondo film di Dan Gilroy, già alla regia dello spietato Lo Sciacallo - Nightcrawler, sia pieno di dilemmi etici e morali, tutto basato su un personaggio ispezionato a fondo nelle motivazioni. Il risultato è un'opera con molto potenziale sprecato, salvata dalla prova magistrale di un intenso (e irriconoscibile) Denzel Washington.

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Roman J. Israel, Esq.: Denzel Washington e Colin Farrell in una scena del film
Roman J. Israel, Esq.: Denzel Washington e Colin Farrell in una scena del film

Dentro Roman

Roman J. Israel, Esq.: un primo piano di Denzel Washington
Roman J. Israel, Esq.: un primo piano di Denzel Washington

Non è un caso che il titolo originale di End of Justice corrisponda con il nome e il cognome del suo protagonista. Perché il film è Roman, si specchia e si addentra nella sua testardaggine e nelle sue tentazioni, tutto rivolto allo spaesamento di un uomo pieno di utopie impossibili da attuare. Di conseguenza il film è Denzel Washington. Celebre per il suo carisma, ma anche per il suo indiscutibile fascino, Washington si sveste completamente del suo sensuale magnetismo per dare forma ad un uomo imbolsito, impacciato nelle movenze e maldestro con le parole. Roman è di fatto un disadattato rimasto rinchiuso dentro una bolla di vetro scoppiata di colpo sopra la sua testa.

End of Justice: Nessuno è innocente, Colin Farrell in un'immagine del film
End of Justice: Nessuno è innocente, Colin Farrell in un'immagine del film

In netta antitesi con l'abile avvocato Miller di Philadelphia, Washington è davvero eccezionale nel mettere in scena lo scollamento tra il suo personaggio e il contesto in cui si muove. Peccato che sul piano della scrittura End of Justice risulti troppo frettoloso, soprattutto considerando che tutta l'evoluzione di Roman avviene nell'arco di sole tre settimane. Il cambio di passo che smuove l'animo intorpidito dell'avvocato è brusco e raccontato da una sceneggiatura incapace di delineare un cambiamento credibile. È come se Gilroy si fosse adagiato sulla prova di Washington, sicuro che per raccontare la moralità grigia di una persona sarebbero bastati gli occhi vibranti di un grande attore che prova con tutto se stesso a rendere profondo un film scritto con ingenuità.

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Il male facile

Roman J. Israel, Esq.: Denzel Washington insieme al regista Dan Gilroy
Roman J. Israel, Esq.: Denzel Washington insieme al regista Dan Gilroy

In una Los Angeles privata di ogni fascino cinematografico, End of Justice è impietoso nel raccontare un microcosmo legale pieno di cinismo e privo di qualsiasi empatia nei confronti del prossimo. Dall'altra parte della barricata ci sono volontari attivisti, sognatori e squattrinati, che credono negli interessi della comunità e non soltanto a spillare soldi al singolo cliente. Se questa opposizione così netta cade facilmente nello stereotipo, Gilroy riesce comunque a far passare un messaggio non banale: la facilità del male e la fatica del bene. L'esperienza di Roman è emblematica nel raccontare quanto sia complicato rimanere fedeli ad un'etica del rispetto, del dovere e della giustizia, e quanto l'illegalità sia una scorciatoia molto più accessibile. Però, se il cinismo si nutre soltanto di interessi materiali, di danaro e bei vestiti, gli ideali riescono a diventare esempi, trasformandosi in fenomeni virali che ispirano gli altri e sopravvivono anche alle persone. Nonostante una certa retorica di fondo, End of Justice trova nel volto di Denzel Washington la via migliore per farci entrare in empatia con un uomo difficile da condannare, capace di ispirare nonostante tutto una grande tenerezza e un esempio di rara rettitudine. Una persona che diventa il simbolo di qualcosa di molto più grande di lui. Qualcosa di raro e invidiabile. Rieccola, allora, la Los Angeles dei sogni tutti cinematografici.

Movieplayer.it

3.0/5