Recensione Un perfetto gentiluomo (2010)

Un perfetto gentiluomo è una commedia agrodolce che fa riflettere e strappa qualche sorriso puntando sul grottesco, ma soprattutto si farà ricordare per le interpretazioni di Paul Dano e Kevin Kline.

Le affinità selettive

Ognuno di noi sceglie nella propria vita le persone di cui circondarsi: gli amici, i mentori, i confessori più intimi. Perché il caso da solo non compensa le attese e certe volte occorre rincorrerlo prima che ci indichi la strada migliore per unire le nostre menti a quelle che sapranno ascoltarci, consigliarci e indicarci le strade più giuste da percorrere. Louis però non è un ragazzo come tanti: è un insegnante col feticcio erotico del travestimento, un impulso che sta ancora esplorando e che non sa ancora come conciliare con la sua esistenza irreprensibile. E' un damerino bohemienne dai modi gentili, dall'anima romantica e dal cuore onesto. Quando viene licenziato, in seguito a un incidente imbarazzante (viene sorpreso mentre prova della lingerie femminile) il giovane aspirante scrittore crede che New York lo stia aspettando, pronta ad accoglierlo come si conviene a un letterato carico di sogni e di belle speranze. La realtà è più dura di quanto immaginasse - si ritrova a effettuare vendite telefoniche per una nuova rivista ecologista, a essere subito rifiutato dall'unica ragazza per la quale prova interesse e a dover elemosinare affetto a pagamento - ma la conoscenza di Henry, l'uomo col quale divide l'appartamento a Manhattan, gli permetterà a scoprire se stesso e la realtà che lo circonda.


Prendete due caricature e mettetele insieme in un film: dal loro rapporto non possono che scaturire situazioni bizzarre e inverosimili che strappano un sorriso giocando sull'effetto sorpresa. Shari Springer Berman e Robert Pulcini, che hanno adattato per lo schermo la storia di Jonathan Ames, utilizzano la ricetta dei weird characters per imbastire una commedia dal retrogusto un po' amaro che fa riflettere più che sorridere. Si sorride infatti quasi per compassione nei confronti dell'infelice e ambiguo protagonista, un sonnambulo che pare muoversi nella Grande Mela come una foglia al vento. A dargli una personalità e rendercelo sopportabile per fortuna ci pensa Paul Dano (Il petroliere), che lo tratteggia puntando sulle espressioni facciali e il suo andamento leggero, caratterizzandone la personalità dolcemente maliconica.
Salta all'occhio il lavoro d'interpretazione e costruzione che il giovane e talentuoso Dano fa del suo fantasma ipersensibile, emotivo e femmineo riuscendo a farlo emergere dalla storia, dalla tribù di bizzarri personaggi che affollano il suo microcosmo newyorkese e dal rapporto con i colleghi John C. Reilly, imperdibile con l'incredibile voce in falsetto, e un'inconsistente Katie Holmes.

Kevin Kline con la sua interpretazione fa ripensare alla performance in In & Out, oltre a a quella del suo inarrivabile successo Un pesce di nome Wanda. Davanti alla sua bravura non si può comunque far a meno di chiedersi cosa sarebbe successo a questo eccentrico Henry Harrison, commediografo squattrinato che frequenta i salotti dell'alta società, colleziona palle di natale e s'intrufola all'opera grazie a raffinati escamotage, se dietro i baffetti radical chic di chi non resiste a esprimere la propria travolgente joie de vivre ci fosse stato un altro viso. Il galante Henry sembra cucito addosso a Kline e colpisce che le battute migliori vengano fuori proprio dalla sua superba nonchalance. Davanti a confronti che rimandano a duetti memorabili come quello di Scoprendo Forrester ci facciamo mille domande sull'enigmatico Louis. Ma a offrirci una soluzione è l'insistita e beckettiana frase "Allora eccoci qua. Ma dove siamo?": non abbiamo le idee più chiare sull'extra man (come recita il titolo originale del film) che per campare fa compagnia alle vecchiette milionarie e non ne abbiamo nemmeno una precisa sul ragazzo che cita Henry James o F. S. Fitzgerald e non esiterebbe a indossare i maglioncini d'angora di Ed Wood. Fortuna che a distrarci ci pensino le brillanti prove di Kline e Dano, gli unici tasselli dell'opera capaci d'incastrarsi alla perfezione.