Recensione L'Illusionista (2009)

Dopo Appuntamento a Belleville, Sylvain Chomet si conferma con un film che vi si allontana per ritmo e ricchezza, ma che ne mantiene la stessa elevata qualità autoriale.

Poesia in immagini

L'ultimo decennio ha visto l'esplosione di nuove tecnologie nell'ambito del cinema d'animazione, con l'invasione della computer graphic e l'affermazione della Pixar, nonchè i riconoscimenti ad un artista come Hayao Miyazaki, che hanno dato visibilità e credibilità al settore. Alle spalle di questi colossi si sono aggirate figure di indubbio valore che non sono riuscite ad andare oltre la visibilità negli ambienti più ristretti di appassionati e festival ed uno di questi è Sylvain Chomet, che nel 2003 si è imposto all'attenzione di questo pubblico più settoriale con quel gioiello che è Appuntamento a Belleville, dimostrando di essere una voce importante per il panorama dell'animazione occidentale ed in particolare europea.
A qualche anno di distanza, dopo una lavorazione di due anni e mezzo, il Festival di Berlino accoglie nella sua sezione Berlinale Special L'illusionista, un nuovo lavoro di questo artista, che oltre alla già citata bravura del regista offre anche un secondo motivo di grande interesse: l'essere tratto da una sceneggiatura mai realizzata del comico francese Jacques Tati.


La mano di Tati è evidente nel racconto di due vite che si incrociano, quella di un illusionista anziano in viaggio da un luogo all'altro alla ricerca di nuovi luoghi dove esibirsi e quella di una ragazza di provincia all'inizio del suo percorso di vita, carica di meraviglia per le novità della città in cui arriva per la prima volta. I due si muovono sullo sfondo di una Edimburgo in un'epoca di cambiamento che l'uomo stenta ad accettare, rappresentato dall'avvento del rock 'n roll che modifica lo spirito delle rappresentazioni in cui si esibisce, e dal consumismo. Il viaggio dei due personaggi è intriso di malinconia e poesia, con uno stile narrativo e trovate comico/visive che richiamano il cinema classico, da Chaplin a, ovviamente, lo stesso Jacques Tati che è autore della storia.

Chomet usa la tecnica d'animazione tradizionale in 2D (avvalendosi delle moderne tecnologie 3D solo per alcuni dettagli), dedicando grandissima cura ai dettagli secondari delle scene, fondamentali per il tipo di messa in scena che sceglie, più propriamente teatrale, con tanti campi lunghi ricchi di figure secondarie da animare e rifinire. Laddove Belleville era ricco ed esplosivo, The Illusionist è misurato e delicato; la stessa musica, firmata dal regista, mantiene qui uguale importanza rispetto al lavoro precedente, ma diverso stile, sottolineando la malinconia e la nostalgia verso un tempo che sta cambiando. Ugualmente curato il sonoro, che comunica più del parlato: i personaggi (non)comunicano, infatti, in un linguaggio non-lingua, un misto di suoni senza significato, parole inglesi e francesi, enfatizzando la difficoltà di comunicazione tra due.

The Illusionist è quindi un grande film di per sè e non solo un omaggio al popolare comico francese, omaggio che si fa concreto in una sequenza in cui l'illusionista entra in un cinema sul cui schermo viene proiettato un film del popolare comico francese. Chomet si conferma autore da tenere d'occhio nel panorama del cinema d'animazione europeo e non solo, una voce diversa, ma ugualmente valida dal punto di vista artistico, rispetto ai colossi del settore di questi anni.

Movieplayer.it

4.0/5