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Un investigatore postmoderno

Recensione del film Sherlock Holmes (2009)

a cura di Marco Minniti 
Guy Ritchie si incarica di controbilanciare l'immagine distorta che alle nuove generazioni è arrivata del personaggio di Holmes, con un film che si propone da una parte di restituirne la natura popolare, dall'altra di adattarlo ai gusti del pubblico del ventunesimo secolo.
Un investigatore postmoderno
Nel generale clima di revival che Hollywood ha abbracciato indistintamente negli ultimi anni, coinvolgendo tanto opere cinematografiche quanto classici della letteratura, del fumetto e di linguaggi più recenti come i videogiochi, non poteva certo mancare Sherlock Holmes un personaggio che è "classico" per eccellenza, icona che in parte precede e prescinde dalle effettive caratteristiche con cui fu concepito. Il detective uscito dalla penna di Arthur Conan Doyle si è in effetti impresso nell'immaginario collettivo soprattutto per tratti postumi, conferitigli dalle tante riduzioni teatrali, cinematografiche e televisive che le sue storie hanno originato negli anni. Il cappello da cacciatore, la celeberrima frase "Elementare, Watson", l'onnipresente pipa, hanno infatti creato una vera e propria icona, che come tutte le icone è semplificazione e in parte tradimento della complessità del carattere originario. Così, un regista come Guy Ritchie si è incaricato di controbilanciare l'immagine distorta che alle nuove generazioni è arrivata del personaggio, con un film che si propone da una parte di restituirne la natura popolare, fatta di un intrattenimento in gran parte immediato e fisico, dall'altra di dargli nuova linfa adattandolo ai gusti del pubblico del ventunesimo secolo.
Robert Downey Jr. e Jude Law in un'immagine di Sherlock Holmes
Ritchie può essere considerato a buon ragione regista postmoderno, espressione di un cinema che da Quentin Tarantino in poi ha portato nella Hollywood mainstream un'attitudine "indipendente" tale da dare origine tanto a risultati freschi e interessanti quanto a insopportabili manierismi. E' proprio il linguaggio estremamente (post)moderno, la regia sincopata che in parte ammicca al videoclip, l'azione profusa a piene mani nel film, la caratteristica più interessante di questa nuova avventura del detective di Baker Street, basata su un fumetto scritto appositamente da Lionel Wigram. La storia segue Holmes e l'immancabile assistente Watson sulle tracce di un mistero ai confini del sovrannaturale, incentrato sul pluriomicida Lord Blackwood che ha promesso (e apparentemente mantenuto la promessa) di ritornare dal mondo dei morti dopo la sua esecuzione, per richiamare forze occulte che metteranno a repentaglio la sopravvivenza di Londra. Fanno capolino nel dipanarsi della trama personaggi ben noti ai lettori di Doyle, come l'affascinante truffatrice Irene Adler, l'ispettore Lestrade e, in una breve ma significativa apparizione, il nemico storico Moriarty (estraneo all'intreccio ma elemento di ipoteca per un possibile sequel).
Jude Law nei panni del dottor Watson nel film Sherlock Holmes
La sceneggiatura delinea uno Sherlock Holmes bohemienne e scapestrato, uomo d'azione quanto di logica, che come si diceva si allontana significativamente dall'immagine ingessata e aristocratica che il personaggio aveva assunto negli anni; ma che tuttavia contiene elementi significativi della personalità che il suo autore aveva voluto inizialmente conferirgli. Uno humour in effetti ben poco british caratterizza gli scambi del protagonista con il fido Watson e la rischiosa storia con la bella Irene Adler, con un Robert Downey Jr. che sembra divertirsi non poco in questa rivisitazione del personaggio, così come il più (volutamente) compassato Jude Law e la dark lady Rachel McAdams. Una menzione la merita anche il villain Mark Strong, presenza frequente nei film del regista che si conferma interprete interessante e versatile. Lo script punta tutto sulla contrapposizione tra i caratteri dei due protagonisti e su un intreccio giallo con venature horror, lasciando ampio spazio a lunghe ed elaborate sequenze d'azione. Ed è proprio in queste ultime, che culminano in un teso finale sul Tower Bridge, che il regista dà il meglio di sé, aiutato da una generale, ottima confezione: merito anche di una fotografia che mantiene quanto basta del tono noir delle storie originali, e di scenografie che, con un parco ma rilevante uso della CGI, ben restituiscono il clima della Londra di fine '800. Ed è proprio dal punto di vista puramente visivo che il film vince innanzitutto la sua scommessa, con una ricostruzione d'epoca che appare credibile e convincente, e set suggestivi ma mai artificiosi.

Robert Downey Jr. in una drammatica scena di Sherlock Holmes Il film può rappresentare così un ottimo viatico per chi di questo personaggio conosce solo il nome e la "figurina" tramandata nel corso dei decenni, oltre a costituire un buon intrattenimento mainstream, adatto tanto agli appassionati quanto al grande pubblico. E, se il lavoro della sceneggiatura sul personaggio è tanto recupero quanto rivisitazione, va ricordato che le icone popolari vivono e acquistano nuova linfa proprio nella misura in cui riescono ad adattarsi ai tempi. In questo senso, l'operazione può dirsi senz'altro riuscita.

Data di pubblicazione: 24.12.2009


di jack281093 (29.12.2009 11:01:54)

Nonostante Holmes e Watson siano personaggi rivisitati e dalle caratteristiche esagerate rispetto ai libri di Conan Doyle, devo dire che questi film mi ha lasciato molto soddifatto!


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di giocas (29.12.2009 11:46:04)

Davvero un bel film, godibile e ben confezionato. Segno che anche il cinema hollywoodiano quando vuole sa abbinare intrattenimento puro a senso estetico e formale.


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