Lo sceneggiatore del film è Bruce Joel Rubin, vincitore dell'Oscar per la miglior sceneggiatura originale per Ghost - Fantasma nel 1990 e la sua mano la si riconosce nei dilemmi sentimentali dei due protagonisti, che prendono il posto di quelli più problematici e interessanti sulle loro identità, descritte a due voci nel libro. Robert Schwentke riesce comunque a virare l'iperdosaggio emotivo dello script dirigendo una storia tanto fantasiosa bilanciandola con un approccio delicato, senza indulgere alle coazioni tenere e ai risvolti narrativi tragici. Il suo tentativo si esprime in una forma quasi incoerente: Schwentke non esita a risparmiarci una serie di cadrage variamente assortite, che non passano inosservate, come a ricordarci che certe sequenze sono riformulate dalle scelte visive. Il registro stilistico si avverte fin dall'inizio: l'incipit è molto drammatico, ma costruito con una tempistica strategica, e di presa sicura sullo spettatore. Un amore all'improvviso si concentra subito sui profili umani dei suoi protagonisti, ma non ne delinea in profondità le psicologie pur riuscendo a convincerci della bontà dei loro profili. Il ritmo, appesantito dai continui slittamenti spazio-temporali del protagonista, leit motiv abusato nella quantità, pare voglia accompagnare gradualmente il pubblico nella storia, lasciarlo immergere tiepidamente nei girotondi del cuore.
Il risultato è la persuasione che la passione dei due protagonisti sia quasi ultraterrena: lei lo ama dall'età di sei anni quando le si parò tra i cespugli del giardino di casa completamente nudo e le confessò di venire dal futuro, lui se ne innamora in età adulta, quando capisce che lei l'ho aspettato per tutta una vita ed è l'unica donna al mondo che gli abbia mai creduto. Gli spettatori non possono fare a meno di mollare la presa dei sensi, all'erta dai titoli di testa, e cedere alle emozioni: porsi quesiti scientifici, come verrebbe in mente automaticamente per cavarne una spiegazione razionale, modalità ermeneutica cui i fan del serial Lost sono ben avvezzi, sottrarrebbe solo tempo alla chimica dei sentimenti e rischierebbe di mettere in discussione un impianto filmico che poggia le sue basi proprio sul magma relazionale, che esplode nell'irreversibile commozione dello struggente epilogo.
La coppia Eric Bana- Rachel McAdams regge il gioco scenico con un certo affiatamento: Bana non nega la solita verve minimal di attore modesto dal volto perennemente frustrato mentre la McAdams, che con quel sorriso di cerbiatto ricorda inevitabilmente Jennifer Garner, si cala anima e corpo nel ruolo dell'eroina comune, come lo era già stata Jodie Foster nel thriller Flightplan dello stesso Schwentke, che non ha bisogno di missioni impossibili, ma che accetta con una mesta rassegnazione un destino avverso e immutabile, incarnando discretamente il micro-mito femminino. Colpo al cuore per la piccola Brooklynn Proulx (I segreti di Brokeback Mountain), che risplende di luce propria nel ruolo di Claire a sei e otto anni, calamita per gli occhi con una naturalezza e una freschezza davvero incredibili e capaci di riscattare certe opacità del film. |
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