Recensione Baarìa (2009)

Se è certamente indubbia l'importanza di Baarìa per il panorama cinematografico italiano, il risultato è una pellicola che trasuda la passione del suo autore, alternando, soprattutto dal punto di vista narrativo, alti e bassi.

La meglio sicilianità

Si è già detto tanto di Baarìa di Giuseppe Tornatore, uno dei film più costosi della storia del cinema nostrano e primo film italiano ad aprire la Mostra del Cinema di Venezia da venti anni a questa parte. Soltanto ieri il presidente del consiglio Silvio Berlusconi lo ha definito "un capolavoro assoluto, un film che tutti dovrebbero vedere", ma c'è già chi parla di conflitto di interessi per via della distribuzione Medusa (un gruppo Mediaset) o per alcuni temi del film che parlano del fallimento del movimento comunista in Italia.
In realtà se è certamente indubbia l'importanza dell'opera per il panorama cinematografico italiano, il risultato non è sicuramente un capolavoro, ma una pellicola che trasuda la passione del suo autore, alternando, soprattutto dal punto di vista narrativo, alti e bassi.

Come probabilmente sarà già noto ai più, Baarìa (nome siciliano di Bagheria, cittadina della provincia di Palermo) racconta settant'anni di storia italiana attraverso un'unica ambientazione, il paese natale del regista, e con protagonisti esclusivamente i suoi abitanti. A partire dal ventennio fascista, passando per il secondo conflitto mondiale, il referendum repubblicano e per i decenni di governo democristiano, tutti i grandi e piccoli cambiamenti sociali e politici del nostro paese sono raccontati dalle immagini brillantemente fotografate da Enrico Lucidi ma sempre e comunque filtrate dal punto di vista della gente comune di Bagheria, che siano essi contadini, allevatori, aspiranti poeti e pittori o anche semplici venditori da strada. C'è chi riuscirà a coronare i propri sogni di successo, chi vedrà invece fallite le proprie ambizioni politiche, ma da collante c'è sempre e comunque la sicilianità vibrante che ben si riflette nella storia di Peppino e Mannina, i due innamorati la cui storia viviamo dall'infanzia alla vecchiaia.
In questa sorta di La meglio gioventù alla siciliana in cui si alternano alcuni dei più noti volti (siculi, ma non solo) del panorama cinematografico e televisivo italiano, quella che sembra mancare più di tutto è una sorta di autocontrollo, una coerenza di fondo, la volontà e l'umiltà di voler raccontare una storia e non la Storia (sebbene ristretta ad un unico luogo, che però si fa simbolo di un'intera nazione); Tornatore dice di avere realizato il suo film più personale, ma è evidente in ogni aspetto (a partire dalla sontuosa confezione) che punta alto, altissimo, e sebbene in alcune sequenze i risultati siano all'altezza delle aspettative, in alcuni momenti la recitazione tradisce radici dilettantesche, il montaggio (sebbene a tratti interessantissmo) si fa discontinuo e frammentato e alcuni dialoghi decisamente poco naturali.
Di buono rimane sicuramente la ricchezza della scenografia, la potenza visiva di alcune scene, la colonna sonora del maestro Morricone e la caratterizzazione volutamente macchiettistica di alcune figure di contorno che contribuiscono a rendere la ricostruzione del paese estramente vitale e dettagliata.

Movieplayer.it

3.0/5