Nel vuoto di una fabbrica che ha lasciato senza lavoro, da un giorno all'altro e senza preavviso, una dozzina di operaie inviperite, prende corpo l'agognata vendetta che muove il film: fare del grande capo, del responsabile di quell'umiliazione, carne da macello. L'idea è di Louise, una ragazzona taciturna con un passato da galeotta, che per compiere il misfatto assolda un killer imbranato che piuttosto che uccidere un cane molesto gli sigilla malamente il muso con il nastro adesivo. Il problema fondamentale è però un altro: chi è il vero boss? Lo spunto è nero, la commedia nerissima, la realizzazione abbagliante. I due registri francesi riempiono le falle aperte dalla limitatezza del budget con la loro inventiva e una propensione naturale a un umorismo irresistibile imbevuto di cinismo senza perdere di umanità, distillato anche dalle zone più oscure delle vite miserabili dei due protagonisti. La camera resta per lo più fissa, eppure ogni inquadratura si gonfia di senso, grazie a dialoghi fulminanti, situazioni intelligenti e piccoli gesti che danno coraggio.
Delépine e Kervern riflettono su un mondo del lavoro, storpiato da un capitalismo arrogante, che ha ormai bruciato la sua coscienza, quella di chi comanda mortificando i sottoposti e quella di chi subisce e non trova la forza di ribellarsi. Anche chi sembra non aver più nulla da perdere non ha il coraggio di far sentire la propria voce, di opporsi all'oppressore, e manda avanti i moribondi, coloro in fin di vita, evitando di assumersi ogni responsabilità. I registi spingono i personaggi oltre la loro rassegnazione, li costringono all'azione: messi alle strette, di fronte a un mondo pronto a sbranarli, questi scoprono che rischiando c'è la possibilità di tornare a sentirsi vivi e di riconoscere nell'altro l'avvento dell'amore. Accanto ad attrici non professioniste, tirate fuori dai cassonetti delle fabbriche di una vita vera ma altrettanto meschina, Yolande Moreau e Bouli Lanners, due corpi che trasudano sentimento anche nella gabbia delle solitudini in cui devono rinchiudersi. La grazia con la quale entrambi si accostano ai propri personaggi ci riempie il cuore di tenerezza, mentre la confusione dei generi sessuali che propone la sceneggiatura in sottotraccia, come ulteriore estensione del discorso sul capitalismo, va a raccontare con straordinaria delicatezza quella diversità che il cinema si permette troppo spesso di scimmiottare. Un gioiello. |
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