L'opera prima di Umberto Carteni prende a piene mani dalla vita politica italiana e dà conto del suo malfunzionamento: dove può mai arrivare una sinistra tenuta in pugno dall'ala cattolica? In che modo può mai evolversi un paese da sempre schierato al centro ma che gode ancor di più se con un piede a destra? Il protagonista Piero, gay dichiarato e attivo politicamente, si ritrova a correre per la carica di sindaco. Dai piani alti gli fanno sapere che l'equivoco della sua candidatura si può risolvere affiancandogli una moderata intransigente tutta Famiglia e tailleur castigati. Il fidanzato si ritrova a fare da mediatore tra i due litiganti e alla prima occasione buona Piero finisce tra le braccia di lei, falsa perbenista in calore dopo anni di astinenza per via di un divorzio mai digerito. Intanto il sindaco leghista ancora in carica continua a inaugurare muri in città per separare i buoni dai cattivi. Gli agganci con la realtà si fanno certamente più efficaci quando si fermano al piano politico e sociale, mentre la fabula arranca quando si cerca di ricamare intrighi sentimentali difficilmente comprensibili.
Forgiato sul genere commedia sofisticata, il problema di Diverso da chi? non sta tanto nell'evoluzione poco plausibile del triangolo amoroso, ma nell'ambiente in cui questo si dispiega. Come si fa a ridere quando si parla di politica? E' ormai noto che la satira in questo campo è sempre meno spassosa perché inzuppata in una profonda amarezza, legata indissolubilmente all'immobilismo del nostro paese. L'autore Fabio Bonifacci si era distinto per il buon lavoro svolto con la sceneggiatura di Lezioni di cioccolato che rifletteva con garbo su lavoro e immigrazione, ma stavolta il divertimento latita, la narrazione è sempre fiacca e ci si ritrova a seguire il film con una certa attenzione, seppure mai realmente coinvolti dagli eventi. A fronte di una confezione impeccabile quanto impersonale, il cast svolge con discreta destrezza il proprio compito. Tra i protagonisti l'unica ad avere tempi comici più sviluppati è Claudia Gerini, mentre Luca Argentero riscatta con un sorriso assassino la sua recitazione ancora acerba, messa a dura prova da uno sballottolamento fastidioso tra lenzuola, scrivanie, sensi di colpa e paradossi. La fine è fulminea e più happy di quanto ci si possa aspettare, ma in fondo nel suo eccesso di ottimismo si lascia addirittura considerare apprezzabile, soprattutto per non essersi fatta strangolare dai diktat cattolici. Che poi la vita vera sta sempre fuori dai confini di uno schermo, e un film come questo lascia il tempo che trova. |
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