Recensione Fearless (2006)

Un film con cui Jet Li ambisce a realizzare l'opera definitiva sulle arti marziali cinesi: un progetto ambizioso che si traduce in una pellicola intensa e importante.

Orgoglio e rispetto

E' un Jet Li che sembra riflettere sul passato, quello che ha voluto, e prodotto, questo Fearless. Il passato suo, quello del cinema di Hong Kong, quello della Cina tutta, tra nazionalismo e spinte disgregatrici. Romanzando (notevolmente) la vita del maestro di arti marziali Huo Yuanjia, eroe nazionale cinese di inizio '900, Li sembra voler offrire al suo pubblico il film definitivo sulle arti marziali cinesi, che sia in grado di riassumerne il senso, la filosofia e la pratica: progetto ambizioso, forse troppo, persino per un attore/atleta che a 16 anni si esibiva alla Casa Bianca di fronte al presidente statunitense. Eppure, le caratteristiche del progetto e lo sforzo produttivo rivelano con forza tutte le potenzialità, e le ambizioni, di questo film: una co-produzione Cina-Hong Kong-USA, un regista prestato a Hollywood e prontamente richiamato in patria come Ronny Yu, un coreografo che ha fatto la storia della cinematografia cantonese come Yuen Woo-Ping, una sontuosità di scenografie e costumi che emana con forza da ogni singola scena. In più, le dichiarazioni (poi, in parte, smentite nei fatti) dello stesso Li, che ha affermato che questo sarebbe stato il suo ultimo film dedicato alle arti marziali.

In effetti, Fearless ha tutte le caratteristiche della summa artistica, se non del cinema di arti marziali tout court, almeno di una certa fase della carriera del suo protagonista (che a tale cinema deve, in larghissima misura, la sua popolarità). C'è il tema dell'orgoglio patriottico già visto in Once Upon a Time in China, la formazione del protagonista che ricorda quella di Fong Sai-Yuk, la rivalità con i giapponesi (seppur vista da un'ottica diversa, come avremo modo di spiegare) che già fu tema principale di Fist of Legend. Ci sono i combattimenti, e che combattimenti, con il ritorno in grande stile di Yuen a Hong Kong (dopo le trasferte di Matrix e Kill Bill) e un Li in forma splendida nonostante l'età ormai non più verdissima. C'è un racconto morale di perdizione e riscatto, di crescita e presa di coscienza, in grado di far leva sui sentimenti patriottici della popolazione cinese senza perdere di vista la dimensione da esportazione del progetto, e dunque la fruibilità da parte del grande pubblico occidentale. C'è, soprattutto, un protagonista che offre probabilmente la miglior interpretazione della sua carriera: una prova sentita, intensa e sfaccettata, che lo fa risultare credibile sia come lottatore giovane e spietato, sia come saggio maestro che si pone alla guida di un vero e proprio movimento di rinascita nazionale.

Colpisce ed emoziona, Fearless, per l'inusitata violenza di tutta la sua prima parte, in cui vediamo un Li preda di una furia cieca e di un accecante bisogno di primeggiare, contrapposta a una parte successiva in cui dominano al contrario la placidità, lo stupore, l'innocenza ritrovata preludio alla maturità (e non è una contraddizione). La parentesi ambientata nel villaggio funziona ottimamente sul piano emotivo come su quello puramente visivo, con le sue ariose scenografie naturali contrapposte agli spazi ristretti, quasi claustrofobici (tali da indurre naturalmente allo scontro) della cittadina in cui il protagonista trascorre la sua giovinezza. Una scrittura semplice eppure estremamente efficace, che si affida in larga parte (e non è un difetto) alle doti fisiche e recitative di Li, una messa in scena che recupera l'estetica "sporca", fisica, della new wave hongkonghese degli anni '90, trasportandola in larga misura dall'aria alla terra (è limitatissimo l'uso dei cavi nei combattimenti) e adattandola a una storia che vuole essere innanzitutto morale e politica. E se qualche critica si può muovere a un uso del digitale a tratti un po' invadente (comunque mai al punto di pregiudicare il piacere della visione), è sicuramente più grande la gioia di vedere un regista come Ronny Yu tornare a un cinema a lui più confacente (qualcuno si ricorda The Bride With White Hair?)
E poi, il grande senso di rispetto (che è concetto diverso dalla tolleranza) che viene fuori dalle scene in cui Li parla, e infine fronteggia, il rivale giapponese, fa finalmente tabula rasa di decenni di cinema in cui si alimentavano al contrario odio e incomprensione: di questi tempi, solo questo è sicuramente un bel risultato, e un motivo in più per andare a vedere questo film.

Movieplayer.it

4.0/5