a cura di
Pier Maria Bocchi
Miike tira i nodi al pettine di una nostra contemporaneità bacata e sanguinante. E nel mettere in scena un americano stanco che torna su un’isola giapponese alla ricerca di una sua vecchia fiamma, taglia i ponti con tutti, da una parte all’altra dell’oceano.
Non sono tanto la sequenza della tortura (che pare rielaborare quella di
Audition, portandola a conseguenze estreme e sadicissime) o i feti viscosi sparsi e gettati via a far venire i brividi, in
Imprint.
Takashi Miike ha fatto quello che evidentemente gli è stato chiesto. D'altronde, è proprio Audition uno dei suoi film internazionalmente più noti, quindi non c'è da meravigliarsi che il giro di boa del suo episodio recuperi e riadatti la situazione con gli aghi di quel film, che tanto ha fatto discutere e raggelare. Però c'è di più, ed è qui che i brividi li devono aver sentiti anche quelli della
Showtime, che han prontamente bandito
Imprint dalla trasmissione.
Come nel capolavoro
Homecoming di
Joe Dante, ma in maniera più
impressionante, Miike tira i nodi al pettine di una nostra contemporaneità bacata e sanguinante. E nel mettere in scena un americano stanco che torna su un'isola giapponese alla ricerca di una sua vecchia fiamma, taglia i ponti con tutti, da una parte all'altra dell'oceano.
Imprint è la visione atroce di un mondo devastato dalla guerra - la nostra - che ha intaccato corpo e mente, che ha fatto cadere i nostri figli (i feti) e che ha permesso a dei tumori maligni di crescere nelle nostre teste.
Imprint è la rappresentazione dello strappo endemico attuale, che ci obbliga a rifiutare la gentilezza perché
troppa, e a uccidere perché è come se non ci fossero altri strumenti per
farsi vedere. L'uomo americano, che pensa di ritrovare la sua donna giapponese dopo averla abbandonata in passato, finisce per imparare una verità inammissibile, che lo porta dritto in prigione: il desiderio d'amore, che ora è forma di colonialismo, riordina la realtà scoprendo orrori rimossi che riguardano persone, contesti e se stessi.
Fate i dovuti confronti con la situazione geopolitica recente, e capirete.
Imprint, che finisce con una (ri)nascita come
Gozu e
Izo (ma stavolta di segno opposto), che sembra inseguire la rivelazione del dato alla
Rashomon, che ricorda gli horror di
Nobuo Nakagawa e perfino certe suggestioni di
Nagisa Oshima, che è parlato purtroppo in inglese e si affida a un pessimo e inguardabile
Billy Drago (doveri dovuti al committente), non salva nessuno, uomini e donne, fratelli e sorelle, buoni propositi e desideri di riavvicinamento: nessuna redenzione, neanche nella e con la morte. Sulla tv inglese andrà in onda a breve, mentre il
Far East Film 2006 lo presenterà in anteprima assoluta su grande schermo: fate i vostri conti.