TFF 2013: da Gomorra a Tangentopoli, le nuove storie di Sky

Il nostro incontro con i dirigenti di Sky e gli autori di due delle serie italiane più attese della prossima stagione, 1992 e Gomorra; 'La tv a pagamento ci rende liberi e competitivi sul mercato internazionale', ha spiegato il produttore Riccardo Tozzi.

La 31.ma edizione del Torino Film Festival accende i suoi riflettori sulle serie televisive che caratterizzeranno la nuova stagione; lavori internazionali che hanno già spopolato all'estero e approdano finalmente in Italia, come la miniserie firmata da Jane Campion, Top of the lake, e quella ideata da David Fincher, House of cards, o prodotti completamente 'made in Italy' come Gomorra - la serie , ispirata al best seller di Roberto Saviano e 1992, dedicata al fenomeno Mani Pulite, entrambe in uscita nel 2014, che si pongono come obiettivo quello di seguire le orme tracciate da un cult come Romanzo Criminale - la serie. Ne abbiamo parlato assieme all'Executive Vice President Cinema, Intrattenimento, News e Canali Partner di Sky, Andrea Scrosati, al Direttore Produzioni originali di Sky, Nils Hartmann, e a Lorenzo Mieli di Wildside, produttore 1992, Riccardo Tozzi di Cattleya, produttore di Gomorra - la serie, e agli sceneggiatori Nicola Lusardi, Stefano Bises e Ludovica Rampoldi.

Il primo a prendere la parola è stato il direttore artistico del festival, Paolo Virzì, che alle serie televisive più apprezzate del momento, ha dedicato un'intera sezione della rassegna, Big Bang TV. "Stiamo vivendo un vero e proprio fenomeno epocale, lo stesso che diede origine al cinema della Nuova Hollywood o che in Italia ha permesso il passaggio dai telefoni bianchi al Neorealismo - ha spiegato, riferendosi alle vette produttive e narrative toccate da alcune tv series di successo -. Queste narrazioni moderne affondano le loro radici nell'epica, nella chanson de geste, nel feuilleiton, abbiamo riscoperto il piacere del racconto lungo e la tv a pagamento permette di oltrepassare quei paletti e quei vincoli che la tv generalista impone. Abbiamo un paese complesso da raccontare, a noi stessi e al mondo, e possediamo un grande serbatoio di racconti e storie".
La prima 'storia' che abbiamo avuto modo di conoscere è quella di Gomorra, mega produzione firmata Cattleya e Fandango con la collaborazione di La7 e Beta Film, già acquistata in 28 paesi e contesa da ben due network americani. Supervisionata da Roberto Saviano, e con la regia di Stefano Sollima (il papà di Romanzo criminale), la serie vedrà dietro la macchina da presa anche Francesca Comencini e Claudio Cupellini che dirigeranno alcuni dei 12 episodi previsti; episodi che in un arco narrativo piuttosto ampio raccontano lo scontro tra le famiglie Savastano e Conte per il dominio su Napoli e dintorni. Non mancano i colpi di scena, come abbiamo potuto vedere dalle tre brevi clip che ci sono state mostrate, già sufficienti a poter delineare una storia a tinte fortissime in cui non esistono buoni. "Non c'è alcun bisogno di mettere un contraltare positivo per far sì che il male sembri tale - ha spiegato Stefano Bises -, qui, a differenza di Romanzo criminale, in cui i personaggi esercitavano un forte fascino sullo spettatore, non c'è alcuna mitizzazione, ma raccontiamo il deserto umano di queste persone che sono esse stesse vittime, transitoriamente carnefici, che vivono in prigioni dorate. Questo deserto deve essere raccontato però in maniera autentica". Di lavoro complesso e molto dispendioso (16 milioni di euro di budget) ha parlato il numero uno di Cattleya, Riccardo Tozzi, sottolineando la peculiarità di una produzione del genere. "La tv a pagamento è a sé stante, è imparentata con il cinema e con la tv generalista, ma è completamente autonoma e con una forma di narrazione più libera. Quando abbiamo fatto Romanzo criminale ci siamo resi conto di quanto fosse importante essere svincolati dallo star system. Abbiamo lavorato con un pugno di attori sconosciuti, tutti perfetti per la parte e abbiamo replicato questo meccanismo anche in Gomorra". "Se si paga una cifra cospicua - ha aggiunto Scrosati - bisogna vedere qualcosa che non vedresti altrove; il cast super riconoscibile non è necessario e se prendiamo le star lo facciamo perché sono coerenti col progetto. Serie come Gomorra o 1992 dimostrano come sia possibile rivitalizzare risorse creative d'eccellenza, mortificate da quindici anni di mercato fermo".

Gomorra e 1992 sono dunque produzioni "libere", dal taglio internazionale, eppure profondamente legate al nostro territorio e alla nostra storia recente. "La tv a pagamento ci permette di poter lavorare sulle controversie, suelle ambiguità e nulla è stato più controverso e ambiguo del 1992 - ha raccontato Lorenzo Mieli -, volevamo raccontare un ventennio, ma ci siamo fermati lì per creare una serie in cui personaggi reali e di finzione lavorassero fianco a fianco. Si tratta di un progetto originale, non derivativo e speriamo che funzioni. Anche perché nessuno ha ancora raccontato i vincenti di quegli anni, i ricchi di Milano". Ed è all'ombra della Madonnina si sviluppano le trame della serie diretta da Giuseppe Gagliardi e Gianluca Iodice; 1992 si apre proprio con la "leggendaria" scena dei soldi delle tangenti buttati nel wc dall'allora direttore del Pio Albergo Trivulzio, Mario Chiesa. All'azione vediamo personaggi reali come Antonio Di Pietro, interpretato da Antonio Gerardi, e di finzione come il giovane agente di polizia giudiziaria Luca Pastore (Domenico Diele); tra le varie storyline di 1992 c'è quella relativa ad un politico della Lega (Guido Caprino), di un agente pubblicitario dal losco passato, ovvero Stefano Accorsi, e di una soubrettina (Miriam Leone) che tenta di far carriera sfruttando conoscenze in alto loco. Cosa serve allora per rendere una serie perfetta per il grande pubblico? Nicola Usuardi non ha dubbi. "Ogni personaggio deve avere un potente conflitto interiore, irrisolvibile - ha detto - solo così il racconto può andare avanti all'infinito". "Solo quando possiedi in pieno un personaggio hai la benzina per andare avanti per tante puntate e affrontare un discorso esistenziale", gli ha fatto eco Ludovica Rampoldi