Samaritan, Watchmen e gli altri: quando i supereroi sono poco raccomandabili

Col film Prime Video Samaritan, Sylvester Stallone torna a esplorare il panorama dei supereroi in difficoltà, inaffidabili o addirittura poco raccomandabili che ciclicamente torna a insidiare la visione Marvel e DC.

Samaritan Sylvester Stallone Armatura
Samaritan: Sylvester Stallone con indosso l'armatura

Con Samaritan, Sylvester Stallone ha scelto di rimettersi in gioco a 76 anni in veste di interprete e produttore di una pellicola che ha l'ambizione di reinventare il genere dei supereroi. Saldamente radicato nel presente, il film di Julius Avary racconta la storia di un personaggio dotato di poteri eccezionali che ha scelto, però, di nascondere al mondo. L'uomo della porta accanto (nel senso letterale del termine, visto che vive nel palazzo contiguo a quello del giovane protagonista) si presenta come una figura anonima e dimessa, che copre il volto con un cappuccio e rovista nella spazzatura in cerca di oggetti da riparare e poi rivendere.

Samaritan Sylvester Stallone Javon Walton
Samaritan: Sylvester Stallone e Javon 'Wanna' Walton in una scena

Basta questa breve descrizione per capire quanto siamo lontani dagli universi Marvel e DC, dagli scintillanti costumi di ultima generazione, dalle armi hi-tech e dal lussuoso quartier generale degli Avengers, ma anche dai ricevimenti miliardari e dall'antro ipertecnologico di Bruce Wayne o dal sensuale regno delle Amazzoni da cui proviene Wonder Woman. Con il contributo dello sceneggiatore Bragi F. Shut, Julius Avary crea una storia originale, che si discosta programmaticamente dai due colossi del cinecomic alla ricerca di una terza via. Se proprio volessimo trovare qualche vago legame andrebbe cercato in Joker, l'opera DC più indipendente e anarchica con cui Samaritan condivide la visione cupa e pessimista della società.

Joker Joqauin Phoenix Fuga
Joker: Joaquin Phoenix in fuga per le scale

Ma anche sul Joe Smith di Sylvester Stallone (nome che più anonimo non si potrebbe) ci sarebbe molto da dire. Evitiamo spoiler invitando a leggere la nostra recensione di Samaritan per scoprire di più, ma dietro l'atteggiamento bonario e paterno, il personaggio di Stallone si erge come metafora del conflitto tra bene e male, tra giustizia e vendetta. Al di fuori dell'immaginario collettivo Samaritan, o chi per lui, è un antieroe "con macchia e con paura" che si nasconde da tutto e tutti. Samaritan non è il solo supereroe con pecche, ma appartiene a una tradizione che, per quanto meno frequentata, ci ha regalato interessanti riflessioni su senso del dovere, giustizia e morale. Scopriamola insieme.

Unbreakable: il bene e il male, due facce della stessa medaglia

Samuel L. Jackson in una scena di Unbreakable - Il predestinato
Samuel L. Jackson in una scena di Unbreakable - Il predestinato

L'eroe di Samaritan ha molto in comune con il David Dunn di Unbreakable - Il predestinato, film di M. Night Shyaamalan del 2000 che vedeva Bruce Willis nei panni di un uomo che, dopo esseere sopravvissuto a un incidente ferroviario, scopre di essere indistruttibile. Poco dopo fa la conoscenza della sua nemesi, l'esperto di fumetti Elijah Price (Samuel L. Jackson), che soffre di una malattia per cui le sua ossa si spezzano con estrema facilità. I parallelismi tra Joe Smith e David Dunn si sprecano. Il super potere di entrambi è essere "unbreakable", ma nessuno dei due è immortale, di fatto sono uomini comuni e l'origine della loro forza è piuttosto nebulosa. Entrambi perseguono il bene, ma hanno una nemesi ad essi strettamente collegata (nel caso di Samaritan è il gemello Nemesis, nomen omen) che lascia intendere come bene e male siano interdipendenti. Senza l'uno, l'altro non esiste.

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Joker
Joker: un primo piano di Joaquin Phoenix

Questa è la conclusione a cui arriva Shyamalan nel suo appassionato omaggio ai fumetti che è anche il suo film più amato dalla critica. Julius Avary arriverà alla stessa conclusione oltre vent'anni dopo. Ma c'è un altro aspetto che accomuna i due personaggi: entrambi impareranno a testare i propri limiti grazie all'intervento di un adolescente. Perché i fumetti, nell'immaginario collettivo, sono roba per ragazzi, ma spesso la saggezza sta là dove nessuno la cerca.

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Lo chiamavano Jeeg Robot: il supereroe improbabile

Lo chiamavano Jeeg Robot: Claudio Santamaria in una scena del film
Lo chiamavano Jeeg Robot: Claudio Santamaria in una scena del film

Cosa succede se ad acquisire forza e resistenza sovrumane è un ladruncolo di periferia? Una delle riflessioni più intriganti sul genere dei supereroi è quella di Gabriele Mainetti in Lo chiamavano Jeeg Robot, successo insperato e sorprendente, visto che i cinecomic italiani si contano sulla punta delle dita. Come per Samaritan, anche il film di Mainetti è ambientato nel sottobosco criminale romano. Non siamo proprio a Gotham City, ma tra spacciatori, usurai, camorristi e boss canterini non è che la periferia romana sia proprio il paradiso. Tra l'altro, a differenza delle precedenti pellicole citate, il momento dell'assunzione dei poteri, in Lo chiamavano Jeeg Robot, è centrale visto che si tratta di una storia delle origini vera e propria con tanto di creazione del costume da supereroe.

Lo chiamavano Jeeg Robot: Claudio Santamaria e Ilenia Pastorelli in una scena del film
Lo chiamavano Jeeg Robot: Claudio Santamaria e Ilenia Pastorelli in una scena del film

Ironicamente, Enzo Ceccotti, personaggio interpretato da Claudio Santamaria, acquista i poteri dopo essere caduto nel Tevere ed essere entrato in contatto con sostante radioattive. Stessa sorte toccherà, poco prima del finale, alla sua nemesi, lo Zingaro di Luca Marinelli. La natura sopra le righe dei personaggi e l'acquisizione dei poteri ricorda molto da vicino la storia del Joker, stavolta di quello originale, ma come Samaritan anche Mainetti ci tiene a radicare il suo film fantastico in un contesto reale, toccando temi adulti come la violenza sessuale. Pur essendo un criminale, Enzo Ceccotti non è cattivo, ma i superpoteri non lo rendono migliore. Saranno esperienza come l'amore e la perdita, semmai, a insegnargli a rigar dritto. Come insegna Spider-Man, a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità, ma il libro arbitrio dei personaggi e la creatività degli sceneggiatori ci regalano sfumature narrative che esulano dal bianco e nero dei fumetti.

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Who Watches the Watchmen?

Watchmen Hbo Season 1 Episode 2 Martial Feats Of Comanche Horsemanship Tv Review Tom Lorenzo Site 1
Una scena del secondo episodio di Watchmen

In termini di supereroi, moralità e sfumature, nessuno è in grado di mostrare l'altra faccia della medaglia, smontando il mito dei supereroi, di Alan Moore. Da Watchmen sono stati tratti un film e una serie tv, entrambi pesantemente criticati da Moore, ma la sua graphic novel resta un'opera seminale per la rappresentazione dell'ambiguità morale dei superoi. Ciò che interessa a Moore è decostruire il mito, mostrandone il lato umano. Anche l'estetica di Dave Gibbons va di pari passo con questo scopo: al di là dei costumi, gli Watchmen hanno un aspetto comune e, a esclusione del Dottor Manhattan, non posseggono poteri specifici. La pancetta di Night Owl ha poco in comune col Batman possente e muscoloso della DC e ricorda più quello impacciato di Adam West della serie anni '60.

Jeffrey Dean Morgan nei panni del Comico in una scena di Watchmen
Jeffrey Dean Morgan nei panni del Comico in una scena di Watchmen

I supereroi di Watchmen non sono più le creature affidabili di cui ci si può fidare ciecamente. Mentono, truffano, si nascondo nell'ombra per portare avanti i propri interessi personali, sono preda delle proprie insicurezze o ancor peggio, sono irrigiditi in quella mentalità da vigilante, col carico di problemi etici e ideologie chiaroscurali che porta con sé e che ne determinerà l'autodistruzione. L'atroce tentativo di salvare il mondo di Ozymandias, con i risultati devastanti che ne conseguono, rivela la triste condizione umana: i supereroi non sono in grado di salvare il mondo anzi, non sono in grado di salvare neppure se stessi.

The Boys: nichilismo, risate e orge

The Boys 10
The Boys: un primo piano di Karl Urban

Nella breccia creativa aperta da Alan Moore si sono infilati in molti, spesso con esiti poco incisivi come nel caso di Hancock, supereroe alcolizzato interpretato da Will Smith che salva vite, ma a costo di provocare danni stratosferici alla città di Los Angeles in cui vive e opera. La stessa Marvel si pone il problema dopo la distruzione di Sokovia provocata dallo scontro tra Avengers e Ultron. La "degenerazione" (nel senso letterale del termine) di tale concetto arriva col fumetto The Boys, scritto da Garth Ennis e disegnato da Darick Robertson, che inaugura le pubblicazioni nel 2006 per poi diventare una fortunata serie Prime Video.

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The Boys: Dominique McElligott, Antony Starr durante una scena della serie

The Boys volge il discorso portato avanti da Alan Moore in chiave parodistica trasformando i Sette - un team di supereroi che scimmiotta gli Avengers/Justice League - in un manipolo di ipocriti, depravati e viziosi che nutrono simpatie naziste e sfruttano la loro immagine pubblica "eroica" per dedicarsi alle proprie perversioni. Debosciati nella migliore delle ipotesi, sadici e violenti nella peggiore, i supereroi di The Boys vengono criticati attraverso la ridicolizzazione, ma l'opera di demitizzazione attraverso la parodia arriva allo scopo. Tanto più che, nell'universo del fumetto, l'origine dei superpoteri è dovuta all'assunzione di una potente droga sintetica creata dalla Vought ai neonati. Il sottotesto politico del fumetto è esplicito e la presenza della Vought, multinazionale che si occupa di gestire l'immagine pubblica dei Super, è un chiaro campanello d'allarme sul nostro presente. Mai fidarsi dei supereroi troppo perfetti... non è tutt'oro quel che luccica.