Non che siano mancate colpe da parte degli autori, che hanno senz'altro scelto di dispiegare il materiale con un agio forse eccessivo, rivelando il potenziale della serie e soprattutto dei personaggi soltanto nella seconda stagione. Non per questo si può rimproverare a Whedon e ai suoi collaboratori di aver mancato di coraggio e di voglia di sperimentare - ovviamente nei limiti di quanto concesso a uno show prodotto da un grande network per il prime time, che non può permettersi le libertà dei serial sfornati da Showtine o HBO. Dollhouse ha introdotto i propri personaggi in maniera spesso obliqua, ha affrontato temi difficili e stimolanti, ha tentato di battere strade alternative e mai prevedibili fino alla fine: basti pensare al fatto che l'episodio conclusivo, Epitaph Two: Return, si svolge 10 anni dopo i fatti principali dell'arco narrativo, ed è la prosecuzione di un altro episodio (Epitaph One) che non è mai stato trasmesso dalla Fox, e che quindi è stato visto solo in DVD o attraverso il web con "mezzi di fortuna"; ne consegue che una bella percentuale dei due milioni di spettatori statunitendi che hanno assistito alla chiusura della serie lo scorso venerdì sono rimasti inevitabilmente spiazzati.
Archiviata dunque la questione centrale che ha percorso la seconda stagione dello show - quellia riguardante la verità sulle origine della Rossum e la scoperta del tradimento del paterno e protettivo ex handler di Echo, Boyd - e chiuse, anche se frettolosamente, le varie sottotrame negli ultimi due episodi Getting Closer e The Hollow Men, Dollhouse ritorna dove aveva lasciato i protagonisti di Epitaph One, Mag, Zone e la bimba cui è stato temporaneamente imposto l'imprint di Caroline, impegnati ad attraversare un'insidiosa devastazione post-apocalittica che ricorda il film Mad Max e che rappresenta l'atroce eredità delle macchinazioni della Rossum Corporation e della tecnologia delle Dollhouse, alla ricerca del misterioso "rifugio sicuro". Prevedibile il loro incontro con i personaggi centrali della serie: Echo e Ballard, sempre impegnati nell'impresa di fermare la Rossum o ciò che ne resta, e sempre legati da uno struggimento amoroso solo in parte consumato, e Adelle e Sierra,a in un inedita versione familiare e materna.
Il tutto, ovviamente, restando abbastanza in superficie per la necessità ineludibile di condensare in 40 minuti il destino di numerosi personaggi e di tracciare un quadro convincente del futuro post-Dollhouse. Missione brillantemente compiuta da Whedon e dai suoi che, in barba ai problemi e ai limiti di budget, riescono financo ad espandere l'universo già tratteggiato nelle due stagioni della breve vita del serial, e a chiudere con un finale che non può che essere ambientato di nuovo nel grembo oscuro della Dollhouse losangelina, dove tutti i personaggi, chi in un modo chi nell'altro, trovano un soddisfacente sbocco narrativo: chi tra le braccia della Mietitrice, chi nell'insperata redenzione, chi trovando una nuova fiducia nell'avvenire, chi impegnandosi in una nuova impresa.
Molti appassionati, anche tra i fan dei lavori precedenti di Joss Whedon, non guarderanno con troppo rimpianto a questa chiusura definitiva di uno show che non ha avuto il tempo e i mezzi per conquistarli, ma a noi resta l'amarezza nel vedere cancellato un prodotto che nel bene o nel male riusciva a differenziarsi tra i tanti serial sempre più simili l'uno all'altro, oltre che all'eclissamento imporvvido dell'ennesima creatura di Whedon, dopo la chiusura precoce e ingiusta di Firefly, ma anche la brusca interruzione di Angel alla 5 stagione. Da notare però che piuttosto che il disperante finale di Angel, uno dei più cupi che la storia della televisione ricordi, quella di Dollhouse ricorda più la conclusione speranzosa di Buffy, in cui l'eroina appare fiduciosa e pronta ad abbracciare una nuova vita una volta portata a termine la sua missione. Ci piace pensare che lo stesso sentimento animi Joss Whedon dopo l'ennesima delusione, e che egli si prepari ad abbandonare le imprese impossibili (per la TV pubblica) per andare incontro a scenari produttivi e a canali più consoni alla sua prolifica e pionieristica vena autoriale. |
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