Recensione The Paperboy (2012)

Lee Daniels eccede in tutto, anche nel voler coniugare all'interno di unico film davvero troppi temi, anche importanti, come razzismo, omosessualità repressa, il potere della stampa, l'amore impossibile. Ma è piacevole da guardare nel suo essere così volutamente sopra le righe, tanto da diventare un guilty pleasure immediato.

Trashy instinct

Ci troviamo a Lately, Florida nel pieno degli anni '60. In seguito all'omicidio dello sceriffo locale, il cacciatore di alligatori Hillary Van Wetter, personaggio poco amato dalle forze dell'ordine, viene arrestato e condannato a morte. Nessuno nella cittadina sembra essere particolarmente preoccupato del fato di questo poco di buono, se non la sexy ma stramba Charlotte Bless che intraprende con l'accusato un rapporto epistolare, finendo con l'innamorarsene e decidendo di diventare sua sposa una volta che ne avrà dimostrato l'innocenza. Ad aiutarla a scagionare Hillary, o quantomeno a dimostrare che la polizia ha condotto l'investigazione con estrema superficialità, arrivano direttamente da Miami, e alla disperata ricerca di un articolo degno del Pulitzer, il giornalista di colore Yardley Acheman ed il collega Ward James, un reporter originario proprio di questa zona. Il fratello minore di Ward, Jack, desideroso di imparare e lavorare egli stesso presso un giornale, si propone di fare da autista per tutto il periodo delle investigazioni ma ben presto si innamora di Charlotte, nonostante sia di molti anni più giovane di lei.

Tratto dall'acclamato romanzo di Pete Dexter, The Paperboy, in concorso al 65esimo di Festival de Cannes, è il nuovo film di Lee Daniels dopo il successo internazionale di Precious, un'opera che si distanzia molto dal precedente per tematiche, ambientazioni ed atmosfere ma che non per questo rinuncia a quello stile eccessivo un po' folle che aveva caratterizzato la seconda opera del regista. Se infatti la trama principale del film prosegue su binari abbastanza tradizionali, ma è comunque appesantita da un montaggio fatto di inutili stacchi e dissolvenze, Daniels inserisce un gran numero di sequenze non esattamente funzionali allo svolgimento del plot ma con con lo scopo di far discutere e scioccare i propri spettatori. Ci riferiamo ovviamente alla già chiacchieratissima sequenza in cui Nicole Kidman fa pipì su uno Zac Efron vittima delle meduse, ma anche al sesso a "distanza" tra la bionda attrice e il carcerato John Cusack o la scoperta di un Matthew McConaughey vittima di violenze, ammanettato e imbavagliato, nudo, in una pozza del suo stesso sangue.

Lee Daniels eccede in tutto, nelle scene "ad effetto" di cui sopra, ma anche nel voler coniugare all'interno di unico film davvero troppi temi, anche importanti, come razzismo, omosessualità repressa, il potere della stampa, l'amore impossibile. Avesse avuto l'umiltà di limitarsi solo ad alcuni aspetti, probabilmente ci troveremmo qui a parlare di un film di tutt'altro livello e soprattutto di un'altra accoglienza da parte di una stampa che a Cannes è abituata a provocazioni ed ostentanzioni di ogni tipo ma difficilmente sa perdonarle. Il film se non altro scorre ed è anche piacevole da guardare nel suo essere così volutamente sopra le righe, tanto da diventare un guilty pleasure immediato.

Il regista ha comunque il merito di costruire un insieme di personaggi particolarmente eterogeneo e nell'insieme divertente, con Zac Efron e Matthew McConaughey che intepretano in modo convincente i due fratelli, un sinistro e viscido John Cusack nel ruolo del condannato, perfino la cantante Macy Gray nel ruolo di Anita, la donna di servizio che narra la storia e che parte quasi da protagonista ma si va un po' a perdere per strada.
Ma chi colpisce di più è certamente Charlotte, una donna che veste con minigonne cortissime e una vistosa parrucca e riesce ad essere sexy, sfacciata ma anche velatamente malinconica; un ruolo difficile che la Kidman riesce a gestire al meglio con professionalità ed equilibrio, dando tutta sé stessa, perfino ostentando quella bellezza un po' appassita e quella bocca ormai tragicamente deformata, che sebbene anacronistica dona quell'ulteriore tocco al look white trash del personaggio. Che in fondo ben rappresenta l'intero film.

Movieplayer.it

2.0/5