40 anni senza Charlie Chaplin: 5 ricordi di un genio malinconico

Era la notte di Natale del 1977 quando uno dei più grandi cineasti di sempre ci lasciava in eredità tante immagini indelebili. Lo sguardo lucente, le maschere iconiche, la comicità e la tragedia. Ecco il nostro piccolo omaggio ad un uomo che fece della dignità e della speranza testarda le sue ragioni di vita.

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Lo immaginiamo come un funambolo. Senza rete sotto i piedi. Come fanno solo i grandi cuori coraggiosi, come osano soltanto gli occhi dei più lungimiranti. Quelli che guardano solo avanti, oltre, al di là della paura e del male, senza mai sbirciare il vuoto sotto i loro piedi. Lo immaginiamo così Charlie Chaplin, con il suo fidato bastone al posto di una lunga asta per mantenersi in perenne equilibrio tra gli opposti in cui ha sguazzato per tutta la sua vita. Lo immaginiamo così, con quelle scarpone malconce e l'atteggiamento vagamente svampito a camminare sopra un filo sottile, sospeso tra il sorriso e la lacrima, la miseria e la grandezza, la dolcezza e la ferocia. Genio primordiale della settima arte, non a caso definito "l'Adamo del cinema" da Federico Fellini, Chaplin ha avuto la grande abilità di comprendere profondamente il potere simbolico ed eterno del grande schermo. Sulla soglia del comico e del tragico, grazie a quel vagabondo malinconico dagli occhi lucenti di nome Charlot, l'attore inglese scrisse le sue poesie visive piene di silenzi eppure ancora urlanti. Dentro i suoi quasi cento film scorre la forza muta e universale di un trasformista assai consapevole nella sua apparente ingenuità, perché capace di incarnare l'anima grigia del Novecento. Il tempo dell'uomo schiacciato dal progresso e dall'alienazione, il secolo della guerra e dei deliri di onnipotenza, l'epoca della miseria e della fame. Il tutto raccontato attraverso un sorriso pieno di candore, costante di una filmografia dove ogni cosa aveva un retrogusto amarognolo. Un po' come la sua esistenza ambivalente, miserabile durante l'infanzia e poi piena di gloria e di successo. Un po' come Charlot, afflitto, oppresso, solo, ma attraversato da una vitalità testarda e contagiosa. Umoristico, ironico, satirico, realistico e allo stesso tempo magico, Chaplin ha dato forma ad un cinema davvero esistenziale, in grado di abbracciare temi sociali e politici senza arginarsi mai.

Charlie Chaplin ne Il grande dittatore
Charlie Chaplin ne Il grande dittatore

No, perché il suo cinema rompeva e rompe ancora ogni diga, va oltre il tempo e lo spazio per elevarsi a manifesto umano sull'umanità. Per provare a sfiorare il valore del suo mito, basti pensare a quel lontano 1972, quando fu premiato con il secondo Oscar della sua carriera strabordante. Gli applausi della platea furono scroscianti, l'ormai anziano Chaplin non nascose né la commozione, né una pacata incredulità, e la motivazione del premio fu emblematica: "Per l'incalcolabile contributo dato all'arte cinematografica". La notte del 25 dicembre 1977, quando l'icona londinese aveva 88 anni, il Natale decise di togliere un regalo al cinema, senza fare i conti con l'eco immortale di quel bastone, di quelle scarpone malconce, di quegli occhi grandi e di quel sorriso impetuoso. Oggi, a 40 anni dalla sua morte, lo possiamo celebrare rievocando i suoi cinque capolavori, usando cose che a lui non sono mai servite, ma sono le uniche in nostro possesso per ricodarlo: le parole.

Credo nella libertà: tutta la mia politica è qui

Lottare per un abbraccio - Il monello (1921)

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Riconciliarsi, esorcizzare, fare pace con la propria infanzia balorda sino a scorgere uno spiraglio di luce e di speranza al suo interno. Inevitabile voglia di riscatto confluita sul grande schermo. È forse questa la molla ispiratrice de Il monello, primo lungometraggio di Chaplin, arrivato dopo una lunga serie di corti. Nel 1921 va in scena una madre che abbandona un figlio poi ritrovato da un vagabondo, vanno i scena gli abissi sociali tra i ricchi borghesi e i disperati, va in scena la prima, semplicissima dichiarazione di intenti del cinema chapliniano: "Un film che farà ridere e forse anche piangere". Il monello si apre così, segnando la via del suo racconto sensibile e allo stesso tempo pieno di cinismo, dove il melodramma incontra la tipica comicità slapstick di Chaplin. Basato sulla perfetta alchimia tra l'attore inglese e il fenomenale Jackie Coogan (futuro Zio Fester nella serie tv La famiglia Addams), Il monello è un'opera sentimentale dove le sequenze comiche si intrecciano con momenti strazianti. Ed è proprio l'abbraccio la perfetta sintesi di un film dedicato alla necessità di un appiglio, all'elemosina dei sentimenti che si accontentano anche solo di un briciolo d'amore.

Panini danzanti - La febbre dell'oro (1925)

febbre
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C'è una parola che attraversa imperterrita tutta la filmografia chapliniana. Una parola che risponde ad un'umanità in ginocchio ma mai arresa, ad un'ironia abile nel sanare ogni ferita, ad una forza indomita scaturita dagli occhi di un sognatore. Quella parola è dignità. Oltre la miseria, la sfortuna e i vicoli ciechi della vita, Charlie Chaplin si è fatto portavoce di una dignità umana davvero inaffondabile, un valore su cui si fonda ogni minuto de La febbre dell'oro, capolavoro dove il miraggio della ricchezza acceca uomini destinati solo al freddo e alla fame. Pieno di immagini pregnanti (la casa sul dirupo, la trasformazione in gallina, la danza dei panini), autosufficienti e significative come fossero quadri a se stanti, La febbre dell'oro è una poetica resistenza alla solitudine e un invito alla spensieratezza anche sull'orlo della rovina.

Il suono del silenzio - Luci della città (1931)

chaplin
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Agognato, sfrontato, testardo. Venuto alla luce dopo migliaia di metri di pellicola e scene ripetute oltre 300 volte, Luci della città è molto più di un grande capolavoro costato tre anni di lavorazione. Sì, perché nell'epoca in cui il cinema scopriva le meraviglie rivoluzionarie e le possibilità mirabolanti del sonoro, Chaplin rifiuta la tentazione della novità e si avvinghia con convinzione ad un'idea di cinema ben precisa: racconto con immagini in movimento. Non servono parole ad uno dei suoi film più romantici, impregnato di altruismo e di empatia, ma mai privo della solita amarezza che scalpita in sottofondo (pensiamo alla figura del milionario). Una ragazza cieca e un vagabondo, legati a doppio filo da un gioco di equivoci in cui i sentimenti non barano mai.

Alienazione meccanica - Tempi moderni (1936)

Wallpaper del film Tempi moderni
Wallpaper del film Tempi moderni

Basterebbero tanti fotogrammi tratti dai suoi film per organizzare una mostra d'arte cinematografica. In questo fantomatico museo della settima arte chapliniana immaginiamo un grande "dipinto" nella sala principale. Sulla tela c'è un operaio sorridente con in mano due chiavi inglesi, intento ad avvitare i bulloni di un grande ingranaggio di cui è ormai parte integrante. Fagocitato dal progresso e schiacciato dalla dittatura industriale, l'uomo moderno di Charlie Chaplin è un moscerino sacrificabile, anonima rotella in un meccanismo spietato e disumano. Tempi moderni, forte di un titolo lungimirante nel coglierne l'universalità, è una lunga disavventura fatta di alienazione, raccontata con un piglio anarchico che non sfocia mai nella denuncia sterile. L'ultimo film in cui appare Charlot, congedato con una bellissima passeggiata verso l'orizzonte, è infatti uno degli ultimi inni alla speranza messi in scena dal sempre più scomodo Chaplin.

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Lui è il pazzo, io il comico. Ma avrebbe potuto essere l'esatto contrario

Berlino alla berlina - Il grande dittatore (1940)

Charlie Chaplin ne Il grande dittatore
Charlie Chaplin ne Il grande dittatore

Tenero e graffiante. Ecco un altro eterno paradosso del cinema chapliniano, un cinema pieno di carezze e di pugni nello stomaco, che trova ne Il grande dittatore la sua apoteosi. E l'immagine del dittatore Adenoid Hynkel che gioca con il mappamondo con infantile leggiadria ha dentro di sè una potenza e un'urgenza straordinaria. Giocare con le sorti del mondo come se nulla fosse, come se il delirio nazista, sbeffeggiato ma mai sottovalutato, non avesse peso è solo uno dei messaggi di un film stracolmo di chiavi e strati di lettura. Nella sua opera più difficile, controversa e sperimentale, la prima dove il sonoro fa la sua comparsa (ricordiamo anche l'eccelso lavoro di Oreste Lionello al doppiaggio), Chaplin si sdoppia in due personaggi e alterna con maestria la satira feroce e la solidarietà, il disincanto e una speranza nata da una fiducia eterna nella poesia della vita. Un valore che Chaplin ha sempre celebrato, e si ridesta ogni volta che il suo sguardo lucente ci ritorna in mente. Davvero come un regalo prima sottratto e poi ridato nelle mani di ogni amante del cinema. Nella notte di Natale e per sempre.

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