Challengers: tra classico e contemporaneo, Luca Guadagnino alla corte di Hollywood

Challengers per Luca Guadagnino rappresenta la possibilità di entrare in contatto con Hollywood. Un immaginario essenziale per la Storia del cinema che il regista ha saputo tradire e rispettare, cercando un suo sguardo tra classico e contemporaneo.

Challengers: tra classico e contemporaneo, Luca Guadagnino alla corte di Hollywood

Il sistema produttivo hollywoodiano è stato probabilmente il più importante della Storia del cinema. Non solo per le straordinarie pellicole che ha prodotto nella cosiddetta "Golden Age", quel periodo storico che va dagli anni '20, e culmina nel momento delle major (MGM, Paramount, Fox, RKO e Warner Bros) e termina più o meno negli anni '60. La rivoluzione di Elia Kazan e delle incursioni del cinema europeo, il movimento della New Hollywood, la generazione dei Movie Brats, il postmodernismo e via dicendo. Tutti questi moti sono nati per emanciparsi dal sistema hollywoodiano tradizionale e dunque senza di esso, ça va sans dire, non sarebbero esistiti.

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I tre protagonisti del film di Luca Guadagnino.

Di più, in un certo senso tramite loro, la Hollywood classica ha continuato a perdurare (attraversando momenti di grande difficoltà), arrivando fino ai giorni nostri in una forma sfumata, liquida, anche degenerata, ma ancora presente, attraverso studios, generi e nomi, grazie ai quali ha mantenuto il suo fascino. Lo stesso che ha esercitato su Luca Guadagnino, il quale non ha fatto mai mistero di aver deciso di girare Challengers (qui la nostra recensione) proprio per misurarsi con l'eredità di un sistema così essenziale.

La pellicola è non solo una produzione MGM (lo era, anche se in parte, pure l'ultimo progetto del cineasta siciliano, Bones and All), ma anche una creatura di Amy Pascal, presidente della Columbia Pictures fino al 2015, produttrice degli Spider-Man di Sam Raimi, di John Watts e dello Spider-verse animato, nonché del Venom della Sony. Un nome che è un'emanazione del sistema hollywoodiano tradizionale e di quel modo di pensare la produzione, di rapportarsi con gli autori, i generi, gli attori e il processo di lavorazione. Alla luce di ciò Guadagnino ha visto nel progetto Challengers una sfida (parafrasando il titolo) per entrare a contatto con un immaginario dalle radici "antiche" e seminali per il cinema più conosciuto della Storia. Ma come l'ha affrontata?

Hollywood oggi

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Zendaya e Josh O'Connor in Challengers.

Quando ci si relaziona ad un progetto come quello di Challengers bisogna essere consapevoli di divenire parte di un mosaico molto più complesso, con delle logiche precise e le cui tracce risalgono a molto tempo addietro. Un mosaico che, per sopravvivere, ha dovuto trasformarsi, superando tempeste e scossoni, gli stessi che ne hanno legittimato una posizione ancora al vertice dell'industria cinematografica di appartenenza, seppur con volti diversi.

Gli studios contemporanei (Disney in primis) e le evoluzioni delle major (tra cui la MGM, per rimanere focalizzati sul film di cui stiamo parlando) ci raccontano di una realtà più fluida, ma che mantiene delle logiche di lavoro rigide ed orientate ad un'organizzazione in cui le produzioni hanno un ruolo di grande rilevanza in ogni ambito. Un meccanismo con dei codici precisi in cui i cosiddetti "autori" hanno avuto problemi ad inserirsi, spesso relegati ad un'autocitazione piuttosto che tutelati da una libertà creativa. Una cosa che invece - stando sempre alle sue dichiarazioni - ha avuto Luca Guadagnino. La questione diviene allora come si decide di sfruttare questa libertà.

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Mike Faist e Josh O'Connor sono i protagonisti maschili del film.

Il cineasta si è saputo interfacciare a questo sistema con lo spirito di chi lo ha studiato e di chi lo ama, riuscendo a dialogarci, ma anche sfruttando gli spazi concessigli per alterarlo. Lo si vede da come ha saputo gestire una star enorme come Zendaya (proposta da Amy Pascal) e da come l'ha saputa inserire in un ménage a trois con Josh O'Connor e Mike Faist (che invece ha scelto lui), ma, cosa ancora più importante, da come ha messo in scena una sceneggiatura complessa come quella di Justin Kuritzkes. Il risultato è una felice espressione di un cinema hollywoodiano a metà tra classico e contemporaneo. Tradizionale, ma moderno; cool, ma figlio dello star system; arthouse, ma pop; europeo, ma statunitense e con una colonna sonora da rave anche se firmata da un duo iconico celebratissimo come Trent Reznor e Atticus Ross.

Lo sguardo di Guadagnino

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Mike Faist e Zendaya in Challengers.

Quando si mette in scena una sceneggiatura scritta da altri, le prime cose a cui si pensa (e Luca Guadagnino questo lo sa bene) è come tradirla. Ogni script ha dentro di sé diversi film, in base alla visione totale del regista. Challengers è una pellicola sul tennis, ma il tennis, fondamentalmente, è solo una scusa. Una scappatoia per parlare di altro, come le relazioni umane e le logiche del desiderio. E se è vero che il regista siciliano non sa nulla del primo è altrettanto vero che sa molto delle ultime due cose. Tutto è quindi impostato così, ce lo dicono le scelte con le quali vengono girate e montate le scene delle partite, cosa si sceglie di far risaltare, cosa deve rimanere impresso e cosa è importante per il proseguo della pellicola. Ce lo dice il modo con cui il tennis viene richiamato nel registro linguistico.

Prove di destrutturazione, che si trovano anche negli impianti di scrittura e di regia, in cui si vive a metà tra l'omaggio alla Hollywood classica e gli influssi autoriali. C'é Douglas Sirk e il suo Come le foglie al vento (uno dei titoli principi della Golden Age) negli elementi melò del racconto di un triangolo amoroso, ricostruito a flashback e partendo dal climax finale, con tanto di scena madre in mezzo ad vortice di vento, e in un certo senso c'è Orson Welles nella narrazione a mosaico in cui in punti di vista si scambiano in continuazione, senza svelare mai il mistero centrale di ciò di cui si parla. Il cuore irraggiungibile di un rapporto tra tre giovani composto da continui scambi che sono di tennis e che sono di sguardi. Una visione che ricorda quella di Bernardo Bertolucci, un punto fermo del regista siciliano, e il suo modo di raccontare le logiche relazionali, in cui l'erotismo è scrigno di un arcano che deve celarsi al mondo per non morire e può essere rivelato solo dalla cura dell'occhio della camera.

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Zendaya in Challengers.

Challengers diviene così titolo MGM e di Luca Guadagnino, derivazione di una tradizione filmica e suo tradimento, lo stesso tradimento che riserva alla sceneggiatura, al genere melodrammatico in sé. Forse la trovata più affascinante del regista, che utilizza proprio Zendaya (per il suo peso nella pellicola e per ciò che rappresenta nel mondo di oggi) in maniera tale da attirare lo spettatore in un contesto in cui è il personaggio con il suo volto a fare le regole fino a quando quelle regole vengono ribaltate perché non contano più e forse non hanno mai contato. Una strada per dire al pubblico che si trova di fronte a qualcosa di diverso da quello che pensava. Qualcosa di personale, moderno, ma anche un po' retrò, a metà, appunto tra contemporaneo e classico.