Recensione Love Is All You Need (2012)

Dopo il dramma a sfondo sociale de In un mondo migliore, Susanne Bier cambia tono e registro, dirigendo una commedia romantica. Un'opera che vede la costa sorrentina testimone di una doppia storia d'amore, ma anche dello sfilare di una galleria di caratteri grotteschi ma sempre credibili.

Sorrento mon amour

Si fanno grandi preparativi di nozze, a Sorrento. Nozze che vedranno l'unione tra Patrick, figlio di un imprenditore ortofrutticolo danese che possiede una grande tenuta nella cittadina campana, e Astrid, la cui madre ha appena affrontato la rimozione di un tumore al seno, e la successiva chemioterapia. Le famiglie dei due giovani vivono entrambe situazioni difficili: il padre di Patrick, Philip, non ha mai superato la perdita di sua moglie in un incidente stradale, e si chiude ermeticamente a qualsiasi rapporto sociale; mentre Ida, madre di Astrid, deve convivere sia con l'incertezza sul suo stato di salute, sotto la spada di Damocle di una possibile ricaduta, che con l'appena scoperto tradimento da parte del superficiale marito. Incontratisi in circostanze rocambolesche, Philip e Ida partono insieme per Sorrento, dove parteciperanno, insieme a una variegata galleria di personaggi, al ricevimento precedente alle nozze nella residenza di Philip; questo finirà per riservare una buona quantità di sorprese.


Dopo il dramma a sfondo sociale de In un mondo migliore, premiato con l'Oscar, Susanne Bier cambia tono e registro, dirigendo una commedia romantica. Un territorio non del tutto nuovo per la regista danese, che aveva raggiunto la notorietà nel 1999 col suo The One and Only; qui, tuttavia, la Bier sembra rinunciare decisamente ad ogni suggestione post-Dogma, se si esclude il tema di fondo (una riunione di famiglia in cui ogni personaggio mostra di avere qualcosa da nascondere) che contenutisticamente deve qualcosa al movimento creato da Lars Von Trier. Tuttavia, Love is all you need è una commedia che a livello visivo e tematico si mostra debitrice soprattutto di certo cinema francese, con sprazzi di commedia all'italiana che l'ambientazione riesce a valorizzare al meglio. Un setting, quello marittimo-balneare, che in parte richiama suggestioni del miglior Eric Rohmer, ma che sceglie una struttura più collettiva, una polifonia di voci in cui le carte saranno sparigliate, e gli esiti più prevedibili dell'intreccio verranno in parte disattesi.

Dopo la proiezione della pellicola della Bier alla sessantanovesima edizione del Festival di Venezia, qualcuno ha parlato di film-cartolina, ma questa ci sembra una definizione decisamente ingenerosa. Il cielo e il mare di Sorrento, e in misura minore i sobborghi della cittadina campana, sono spesso in primo piano, ma la valorizzazione dell'ambiente non sfugge mai alla funzionalità narrativa. A questo proposito, si veda la sequenza della nuotata di Ida (una bravissima Trine Dyrholm) in cui il mare accoglie un corpo deturpato dalla chirurgia e dalla chemioterapia; la sequenza ha la duplice funzione di mostrare la determinazione della donna a recuperare, malgrado tutto, il suo diritto a un'esistenza normale, e di cementare il rapporto con Philip, un Pierce Brosnan che si mostra invecchiato con stile e carisma. Il litorale campano, ma soprattutto la lussuosa residenza dell'uomo, si fanno testimoni di una tragicommedia di personaggi a volte grotteschi e sopra le righe, ma dall'umanità sempre comprensibile e leggibile.
Se la narrazione si concentra soprattutto sulle vicende parallele di due coppie (quella più giovane composta da Patrick e Astrid, e quella dei rispettivi genitori) grande attenzione viene data anche a tutti quei caratteri 'collaterali' (tra questi, la cognata dell'uomo e la di lei figlia, oltre alla fatua amante del padre di Astrid) che spesso non si riveleranno tali. L'ottima sceneggiatura di Anders Thomas Jensen gestisce con intelligenza questa polifonia di voci, gettando anche uno sguardo sui conflitti generazionali e sulle loro conseguenze; mantenendo sempre in primo piano l'intento di divertire, non facendo mai mancare la leggerezza di tono, ma colorando spesso quest'ultima di un'amarezza di sottofondo. La regia della Bier, più 'nascosta' che in passato in un film che è soprattutto di scrittura e di attori, si limita a dare ritmo alla narrazione; raggiungendo sostanzialmente il suo obiettivo di offrire un intrattenimento accattivante, di sostanza, e di evitare le trappole del didascalismo.

Movieplayer.it

3.0/5