Recensione Razzabastarda (2012)

Senza disturbare indebitamente la poetica pasoliniana, Gassman è riuscito ad essere allo stesso tempo fotografo e narratore del nostro tempo consegnando al cinema non solo un'opera prima ben strutturata ma, soprattutto, il ritratto in bianco e nero di una umanità sconfitta densa di sfumature.

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Nel dizionario della lingua italiana il termine straniero ha due significati. Il primo e più diretto è quello che si riferisce ad un cittadino di una nazione estera. Il secondo, invece, esce dalle definizioni puramente geografiche ed entra nello specifico di un sentimento in cui si nasconde ostilità e diffidenza. Perché, a dispetto di un evidente progresso e di un maggiore livello culturale, per la nostra società l'estraneo rappresenta ancora l'invasore e il nemico. Tenendo conto di questa estensione del vocabolo, che si riflette quotidianamente sulla realtà di molti, Alessandro Gassman ha scelto di esordire alla regia di un lungometraggio con una storia in cui proprio gli umili e gli sconfitti provenienti da un altro luogo tentano, a modo loro, di deviare il percorso di un destino già segnato. Inizialmente ad attrarre la sua attenzione è stata la piece originale Cuba and his Teddy Bear che, con le dovute modifiche necessarie alla nostra condizione attuale caratterizzata da una forte ondata di migrazione romena, è stato trasformato in Roman e il suo cucciolo. Per questa vicenda ambientata ai margini della società con dei protagonisti segnati da un passato tragico e da un futuro incerto, però il passaggio dalle assi del palcoscenico al grande schermo è stato quasi inevitabile. In questo modo Gassman ha abbattuto qualsiasi limite strutturale, offrendo ai personaggi la possibilità di trasformarsi da invisibili comparse in maschere di una drammaturgia classica.


L'intera evoluzione narrativa di Razzabastarda continua ad essere costruita intorno alla figura di Roman, spacciatore per necessità, a quella del figlio Nicu e dello zio Geko. Un insolito nucleo famigliare, questo, che sembra prendere idealmente il posto di tutti quegli accattoni e ragazzi di vita capaci di far rabbrividire l'Italia benpensante degli anni Sessanta. Infatti, nonostante il linguaggio e la provenienza diversa, nel loro sguardo c'è la medesima disperazione che, unita a una speranza infondata nel futuro, li rende inesorabilmente vittime di se stessi e di un sistema che continua a negare la loro esistenza. Per questo motivo, senza disturbare troppo e indebitamente la poetica pasoliniana, Gassman è riuscito ad essere, in un modo del tutto personale, allo stesso tempo fotografo e narratore del nostro tempo, consegnando al cinema non solo un'opera prima ben strutturata dal punto di vista tecnico ma, soprattutto, il ritratto in bianco e nero di una umanità densa di sfumature. Indubbiamente, dopo aver vissuto nella pelle del suo personaggio per molte stagioni teatrali, l'attore e regista ha imparato a comprendere profondamente i segreti e le motivazioni alla base di una personalità eccessiva nell'esternazione dell'amore come in quella della rabbia. Però, nonostante l'evidente vicinanza emotiva dettata anche da un sentimento di pietas antica, non gli concede alcuna attenuante lasciando che la sua anima in tumulto colpisca nel bene e nel male la sensibilità dello spettatore.

E' così che Roman viene presentato come il romeno dai denti d'oro, lo zingaro bastardo, lo spacciatore, l'uomo chiassoso, l'amico fedele e il padre onestamente innamorato di suo figlio. Un'onestà, alla cui base c'è una nudità emotiva che l'assenza di colore non nasconde ma esalta costantemente. In questo modo il bianco e nero non diventa solamente una scelta di stile o un vezzo artistico capace di occhieggiare ad un certo cinema di strada neorealista, ma si fa veicolo di emozioni e drammaticità. Anzi, proprio attraverso l'utilizzo d'immagini sgranate e le ombre di un mondo costantemente sporco, Gassman rintraccia un tocco personale che, dalla scelta dell'inquadratura fino al più intenso primo piano, lo caratterizza come un regista in grado di andare oltre il luogo comune e di riportare verso la sala la forza di una realtà dalla quale non si può e non si deve più sfuggire. Perché, nonostante tutte le differenze culturali, gli stranieri e gli sconfitti sono parte di noi e ci somigliano più di quanto siamo disposti ad ammettere.

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4.0/5