Recensione Paris Manhattan (2012)

Dopo un lungo apprendistato accanto a Claude Lelouch, la neoregista Sophie Lellouche ha rintracciato la formula migliore per riunire le suggestioni di autori come Capra, Wilder e Woody Allen attraverso il linguaggio e lo stile francese per il suo film d'esordio.

Provaci ancora Alice

A volte gli eventi fondamentali della vita nascono da imprevisti o accadimenti fortuiti. Un esempio è il caso della regista esordiente Sophie Lellouche che, separata dal più noto regista Claude Lelouch da un paio di lettere di troppo, a queste e all'omonimia di suo padre con l'autore di Un uomo, una donna deve l'inizio di una carriera dietro la macchina da presa. In particolare, a determinare una vicenda incredibilmente simile a una sceneggiatura con tanto di colpo di scena finale, sono stati un curriculum da consegnare, un messaggio lasciato sulla segreteria sbagliata e una ragazza con un grande sogno da realizzare. E' così che, con molta perseveranza e un pizzico di fortuna, Sophie è riuscita ad attrarre l'attenzione del regista e a entrare nel suo gruppo di allievi/collaboratori cercando di carpire non solo i segreti della realizzazione tecnica di un film, ma, soprattutto, il modo in cui trasmettere emozioni e narrazione attraverso uno stile personale. Grazie a questo percorso di sperimentazione e ricerca ha scoperto di possedere un tocco leggero e un gusto per l'ironia dissacrante indispensabile per costruire una commedia d'esordio come Paris Manhattan, tanto piccola quanto raffinata, capace di unire idealmente il cinema europeo niente meno che a quello newyorkese di Woody Allen. Il tramite è rappresentato dal personaggio di Alice che, dopo aver "incontrato" a soli quindici anni il regista americano nell'intimità di una sala cinematografica, l'ha innalzato al ruolo di consigliere cui chiedere spiegazioni delle infinite variabili della vita.


Così, attraverso un poster gigantesco affisso al muro della camera della ragazza, Allen segue la trasformazione di un'adolescente amante del jazz e di Cole Porter, in una farmacista capace di curare i bruciori di stomaco grazie alle commedie di Lubitsch e di sventare rapine a colpi di Pallottole su Broadway. Certo, una famiglia ebrea votata alla felicità e intenzionata ad accasarla con qualunque pretendente possibile non rende semplice il suo percorso romantico, ma ad aiutarla nei momenti di maggiore confusione corrono in suo aiuto film come Manhattan, Hannah e le sue sorelle, Match Point e Mariti e mogli, pronti a ricordargli come sia possibile, ad esempio, innamorarsi anche di una pecora, nonostante le evidenti differenze, e quanto misteriose siano le dinamiche che regolano passione e sentimento. Dunque, se è vero che la cosa più importante nella vita è avere coraggio, Alice deve trovare la giusta dose d'incoscienza per amare l'imperfetto Victor, così come la sua creatrice ha trovato la formula migliore per riunire le suggestioni di autori come Capra, Wilder e, naturalmente, Allen attraverso il linguaggio e lo stile francese. Elementi fondamentali di questa formula vincente sono una sceneggiatura ricca di dialoghi costruiti con particolare attenzione al ritmo comico e la caratterizzazione di personaggi che, fin dalla prima apparizione in scena, lasciano un segno ben preciso della loro personalità.

In questo modo all'interpretazione di Alice Taglioni, mix perfetto tra la dolcezza di Mia Farrow e la vivacità di Diane Keaton, e di Patrick Bruel, essenza del più giovane e scettico Allen, si unisce un parterre di coppie "perfette" formate da Michel Aumont, Marie-Christine Adam, Marine Delterme e Louis-Do de Lencquesaing per dimostrare quanto la vita possa essere anche meravigliosa purché si parta dal saggio presupposto che nessuno è perfetto. Ad armonizzare il tutto, poi, è l'atmosfera sognante che, celebrata proprio da Midnight in Paris, sembra ormai definire la mitologia romantica di un luogo come Parigi. Nel caso di Paris Manhattan, però, la città fa un passo indietro e, lasciando quasi svanire la sua architettura inconfondibile come i posti che più la raccontano, attribuisce alla varia umanità che la abita il privilegio di lasciarsi attraversare da una sorta d'inebriante magia. La stessa che, unita a un'innocenza infantile e a una gioiosa passione per il genere umano, ha contribuito, ad esempio, a costruire Il favoloso mondo di Amélie. Così, con lo sguardo attraversato da suggestioni romantiche modernizzate dalla realistica saggezza di Allen, come l'eroina di Jean-Pierre Jeunet anche Alice ha la capacità di aggiustare le vite degli altri. La prima si lascia guidare dalla sua sensibilità, la seconda prende in prestito il talento di chi, attraverso i toni della commedia, ha saputo raccontare la profondità dei rapporti umani. Entrambe, però, sembrano incapaci di far chiarezza nei propri sentimenti e di afferrare la felicità che meritano. Almeno fino a quando la vita non decide di prendere il sopravvento perché, come ricorda l'uomo di vetro, creature come loro nascono per scontrarsi con gli eventi senza lasciare scorrere il tempo e indebolire il proprio cuore.

Movieplayer.it

4.0/5