Recensione Il terzo tempo (2013)

Il terzo tempo racconta una storia semplice, ma lo fa con genuinità. Miscela bene i diversi temi della storia, lo sport, il sociale e l'inevitabile storia d'amore del protagonista, ma manca di quel tocco di originalità che potesse impedire la sensazione di già visto.

La salvezza nello sport

Quello che serve a volte nella vita è un'opportunità.
E' qualcosa di cui tutti a volte sentiamo il bisogno, qualcosa di cui soprattutto gli artisti agli inizi delle proprie carriere devono essere grati, come nel caso di Enrico Maria Artale, diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia ed a Venezia 2013 con il suo film di finzione d'esordio, Il terzo tempo, co-prodotto e distribuito da Filmauro.
Un film che è per il giovane regista l'opportunità di raccontare una storia che almeno in parte si basa sulla sua esperienza precedente da documentarista, l'opportunità di avere già da subito una distribuzione, al contrario di tanti giovani esordienti.


Un'opportunità sempre mancata a Samuel, protagonista del film di Artale: infanzia difficile, padre assente e madre tossica, il ragazzo non fa che entrare ed uscire dal carcere per un campionario di piccoli reati di assoluta varietà. Dopo l'ultimo periodo di reclusione, il magistrato decide di inserirlo in un programma di riabilitazione, affidandogli un lavoro in un'azienda agricola di provincia. Lì viene affidato al Vincenzo, assistente sociale ma anche allenatore di rugby per la squadra di Teresa, proprietaria anche dell'azienda in cui il ragazzo è impiegato.
Samuel è sfrontato, duro, incapace di accettare l'autorità. E soprattutto odia il lavoro nell'azienda agricola. Ma Vincenzo vede in lui qualcosa di più, potenzialità anche in campo sportivo, e dopo i primi scontri decide di forzarlo ad allenarsi con la sua squadra, per una collaborazione che potrebbe far bene sia a Samuel che ai suoi nuovi compagni di squadra.

Il terzo tempo racconta una storia semplice, ma lo fa con genuinità. Artale ed i due co-sceneggiatori Francesco Cenni e Luca Giordano miscelano bene i diversi temi della storia, lo sport, il sociale e l'inevitabile storia d'amore tra il protagonista e la figlia di Vincenzo, buttano giù uno script lineare ed efficace nel suo sviluppo, rendeno partecipe lo spettatore delle difficoltà di Samuel e dei valori del rugby, ma non riescono ad aggiungere quel tocco di originalità che potesse differenziare il film da altri di queto tipo.
E' infatti presente una forte sensazione di già visto, quell'impressione, sempre confermata, di poter indovinare ogni sviluppo successivo della storia.
Eppure, anche se con qualche incertezza e qualche eccesso, la costruzione visiva del film è di discreto livello e tutto il cast principale fa degnamente il suo dovere nel dar vita ai personaggi, in modo particolare i due giovani Lorenzo Richelmy e Margherita Laterza che impersonano Samuel e Flavia, figlia di Vincenzo.
A questo si affianca la capacità di saper sottolineare il fascino di uno sport che non tutti conoscono, che ha valori unici e formativi, e che per questo motivo si rivela adatto a guidare il Samuel di Richelmy nella sua riabilitazione.
La squadra, insomma, c'è, è ben costruita e funziona, ma ha qualche carenza in fase di manovra e risulta prevedibile. E per questo fa molta fatica ad arrivare alla meta.

Movieplayer.it

3.0/5