Recensione A Lady in Paris (2012)

Il nuovo lavoro di Ilmar Raag racconta due solitudini diverse, ma complementari, sullo sfondo di una capitale francese malinconica, luogo della memoria e delle promesse non mantenute.

Solitudini parigine

Anne, estone non più giovane, con alle spalle un matrimonio fallito, ha appena perso la madre, da tempo malata di demenza senile. La donna, che ha accudito la genitrice per tutti gli anni della sua malattia, un giorno riceve una proposta di lavoro da Parigi: dovrà occuparsi di una sua anziana connazionale, che da molti anni vive nella capitale francese. Non senza esitazioni, Anne accetta l'impiego, ma una volta giunta sul posto si rende conto di non essere la benvenuta: la vecchia Frida, cinica e crudele, dice di non aver bisogno di una balia, e invita Anne a fare le valigie e a tornarsene a casa. A convincere la donna a restare è Stèphane, autore della richiesta di impiego ed ex amante di Frida: l'uomo, a cui Frida si attacca con tenacia morbosa, prova ancora un po' di affetto per l'anziana donna, ma vuole anche essere alleggerito dal peso che il suo attaccamento comporta. Dopo un inizio teso e burrascoso, i rapporti tra Anne e Frida migliorano, quando i racconti dei rispettivi, dolorosi percorsi sembrano preludere a una comprensione reciproca: ma Frida, con cinismo calcolatore, vuole in realtà sfruttare la presenza di Anne per un impossibile riavvicinamento a Stèphane.


Sono la solitudine e la memoria, i temi principali di A Lady in Paris, nuovo lavoro del regista estone Ilmar Raag. Due motivi, questi, che accomunano le due (all'apparenza) diversissime protagoniste, interpretate magistralmente da Laine Magi e Jeanne Moreau: solitudine per l'abbandono delle persone vicine, dopo una vita vissuta in modo fieramente anticonformista, nel caso dell'anziana Frida; solitudine per un'esistenza sacrificata, sempre al servizio degli altri, nel caso di Anne; memoria che, da par suo, si fa rimpianto per entrambe le donne, per l'unico amore autentico, sopravvissuto solo come penoso simulacro, nel caso dell'anziana, e per il sogno di un'esistenza diversa, libera dai vincoli familiari (e familistici) nel caso della badante. E' la città di Parigi, per entrambe, il luogo di tale memoria, che assume valenze diametralmente opposte nei due casi: luogo di emancipazione e di vita piena per Frida, ora rifiutato (a favore delle quattro mura domestiche) quando le promesse che portava con sé sono state disattese; luogo immaginato, sognato e mitizzato per Anne, oggetto di quella singolare nostalgia che si prova per luoghi, e tempi, mai vissuti. La città viene ripresa da Raag con una coloritura malinconica, in immagini notturne che ne restituiscono un fascino inedito, quasi intimo: la macchina da presa segue le passeggiate notturne di Anne tra le vie cittadine, sfoca le luci dei lampioni come ricordi indistinti, indugia su un abito nella vetrina illuminata di un negozio, come una malinconica promessa mai mantenuta.

Raag descrive quasi con pudore il rapporto costruito quotidianamente dalle due donne, le linee di tensione che lo caratterizzano, restando perennemente un passo indietro rispetto ai due personaggi: di Frida veniamo a conoscere per sommi capi la vita avventurosa, il rifiuto dei legami familiari, il tradimento da parte dei suoi connazionali; di Anne ci viene detto ancor meno, brevi accenni che delineano un'esistenza tutta interiore, vissuta nel segno del sacrificio e dei sogni tenuti dentro, perché c'è la consapevolezza che non si realizzeranno. La regia, sobria ma ricca di sostanza, divide equamente il suo sguardo tra esterni ed interni: lasciando "parlare" le scenografie cittadine da una parte, costruendo una partitura metropolitana che ha tuttavia una consistenza maggiore di quella del film-cartolina; e affidandosi alla bravura delle due interpreti dall'altra, con una Moreau istrionica quanto nascostamente vulnerabile, e una Magi dal volto segnato ma dignitoso, perfetto emblema di quella bellezza sfiorita che, dopo l'inevitabile resa al tempo, non vuole rinunciare anche al proprio spazio. Il tono scelto dal regista non assume tuttavia quella gravità che una vicenda del genere potrebbe far supporre: non manca l'ironia, le battute caustiche che celano umanità ed empatia, gli sguardi di intesa tra le due donne. In mezzo, una riflessione non banale sulla dimensione comunitaria, sul peso dei legami primari tanto in patria quanto in una città straniera, sulla loro doppia valenza di supporto e prigione.
Il racconto di A Lady in Paris non offre facili soluzioni alla solitudine delle due protagoniste, evita il giudizio, compreso quello sulle azioni più meschine di Frida, si smarca dai moralismi e carica di empatia il suo svolgimento. La risoluzione della vicenda sembra suggerire la possibilità di un nuovo equilibrio, ma anche la necessità del contatto e della vicinanza per le due donne: perché ferirsi può essere occasione per lasciar fuoriuscire il veleno, e così rigenerarsi. E perché uno spazio comune può essere il miglior antidoto al passare del tempo, che fagocita sogni e illusioni, ma non cancella la voglia di (r)esistere di due anime non ancora arrese.

Movieplayer.it

4.0/5