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Martone presenta il suo 'Noi credevamo' a Venezia

a cura di Angela Cinicolo pubblicato il 07 settembre 2010
All'incontro con la stampa alla 67esima Mostra del cinema di Venezia il regista napoletano ha raccontato la genesi del suo kolossal risorgimentale insieme al nutrito cast e al co-sceneggiatore Giancarlo De Cataldo
Martone presenta il suo 'Noi credevamo' a Venezia
Dopo una calorosa accoglienza della stampa, il regista napoletano Mario Martone ha incontrato i giornalisti al Lido di Venezia per parlare del suo Noi credevamo, terzo film italiano in corsa per il Leone d'oro, nato da una sua riflessione storica dopo gli attentati dell'11 settembre. Il mastodontico kolossal del regista de L'odore del sangue è un ritratto asciutto e senza retorica della storia del Risorgimento italiano, delle sanguinose e sofferte vicende che segnarono tra il regno delle due Sicilie e il Regno di Sardegna i difficili anni di chi, sulla scorta degli ideali di Mazzini, nell'Ottocento sognò l'unità d'Italia e lottò per vederla realizzata, anche se nel segno della monarchia. L'opera di Martone, che mescola con grande acume e consapevolezza cinema e teatro nella scelta degli attori e nella scansione del tempo (in quattro atti), ha il difetto, obbligato dalla narrazione, di una durata - oltre tre ore - che supera notevolmente la media a cui è abituato lo spettatore italiano, ma scorre gradevolmente sullo schermo ricostruendo la Storia attraverso le storie dei tre protagonisti. Tra gli interpreti, di un cast ben nutrito, presenti alla conferenza l'applauditissimo Luigi Lo Cascio, Luca Zingaretti, Valerio Binasco, Luca Barbareschi e Francesca Inaudi.

Noi credevamo ci ricorda Nell'anno del Signore di Luigi Magni. E' un film con cui vi siete confrontati? Quali sono stati i vostri film di riferimento?
Noi credevamo di Mario Martone. Guido Caprino (Felice Orsini). Mario Martone: Non in particolare: abbiamo tenuto presente tutti i film realizzati sul Risorgimento da Il gattopardo e Senso ai film dei fratelli Taviani, ma siamo andati per la nostra strada. La mia grande fonte sia per l'approccio alla storia sia per l'utilizzo della Storia è stata Rossellini.

Il vostro è un film senza retorica che però ha anche un rapporto col presente. Che tipo di relazione volevate mettere in scena?
Mario Martone: Il film è tutto ricostruito su materiali provenienti dalla storia, dagli scritti e dalle lettere di Mazzini, Belgiojoso, Poerio, Gallenga... L'idea era quella di realizzare un film storico che mettesse lo spettatore in condizione di creare un rapporto col presente ma senza nessuna strizzata d'occhio sull'attualità. In realtà abbiamo mantenuto perfino il linguaggio dell'800 con cui attori si sono dovuti confrontare affinché lo spettatore mantenesse un rapporto vivo con l'epoca. Abbiamo inseguito una nuova visione storiografica e iconografica con un '800 non tanto ricostruito, piuttosto scavato nel tessuto del nostro presente, che a un certo punto nel film emerge prepotentemente, come un pezzo di cemento armato sulla costa del Sud.
Ho anche avuto la fortuna di lavorare con Renato Berta, col quale ho condiviso la visione chiara di ogni aspetto del film senza mai alludere a uno stile moderno solo per modernizzare la storia raccontata.
Giancarlo De Cataldo (co-sceneggiatore): Il nostro Risorgimento è stato una sfida e un'avventura perché tutti noi come tanti cittadini dell'Italia, un Paese senza memoria, siamo alla presa con due retoriche diverse: quella sugli eroi giovani e belli, pronti a versare il sangue in nome di un causa, che è l'unità, quando in realtà le vicende sono dei grandi scontri tra i protagonisti della Storia, e un'altra visione che vede il Risorgimento come una truffa perpetrata ai danni degli italiani che in realtà non voleva l'unità. Io credo che né l'una né l'altra versione siano vera o falsa, ma che il nucleo sia nella speranza e nel sogno dei giovani, nell'utopia di una costruzione, ingenua nei protagonisti e incattivita in alcuni personaggi come Angelo (Valerio Binasco), e della forza che rivendica con un grido disperato. Mentre io e Mario lavoravamo come dei cospiratori su un'abbondantissima risorsa letteraria, abbiamo studiato materiale di stampo leghista o borbonico confrontandoci con una mente libera da ogni concetto precostruito a una storia con personaggi che all'inizio erano sulla carta poi sono diventati l'universo con cui abbiamo convissuto per un lungo periodo. Ci siamo trasportati in quel tempo cogliendone più di un punto di contatto con il mondo di oggi.

Nel film c'è una sequenza che utilizza il cardillo quasi come una metafora della famiglia per cui si giustifica l'inazione. Ci può spiegare cosa intendevate con quell'immagine?
Mario Martone: In realtà il cardillo rimanda a Il cardillo innamorato di Annamaria Ortese, scrittrice pre-illuminista, e l'ho utilizzato per descrivere un uomo che non crede che il mondo possa essere rifatto, ma preferisce rimanere in una situazione di condivisione rassegnata della natura. Quell'immagine rievoca più una via in un certo senso indiana di accoglimento dei dolori del mondo e della storia. Ed è il simbolo dell'unico antirivoluzionario della storia, una figura che pone una diversa questione dialettica nel film, che non cerca di essere ideologico.

Alla fine del film un personaggio, Domenico, si riferisce alla società come "gretta, superba e assassina". E' una definizione che può avere analogie col presente?
Noi credevamo di Mario Martone. Al battesimo del figlio di Salvatore. Mario Martone: Quelle sono le parole del finale del libro omonimo di Anna Banti, da cui è stato tratto il film. Il punto è che quell'Italia si è riproposta in quel modo tante volte dopo quel momento. Il conflitto di allora si ripete nella tensione di un dualismo che più volte ha caratterizzato la storia del nostro Paese.

La pagina del brigantaggio è tenuta in secondo piano nel film. Come motivate questa scelta?
Mario Martone: Raccontare il Risorgimento nella sua interezza sarebbe stato impossibile e abbiamo dovuto fare delle scelte. Il processo unitario è stato complesso e noi abbiamo individuato quattro momenti che corrispondono ai quattro episodi, affinché potessero essere indicativi su delle zone buie della storia. Gli spettatori sono invitati a porre questi episodi accanto a quelli che già conoscono, come la spedizione dei Mille, solo accennata nel film. Abbiamo scelto dei punti precisi per non essere approssimativi o frettolosi, ma per sviscerarli. Io mi aspetto che arrivi la risposta sabaudo-cavouriana a questo film!

Come si sono confrontati gli attori con i loro personaggi?
Luigi Lo Cascio: Il personaggio di Domenico è un cospiratore che all'inizio ha un'attività simile a quella degli altri, con i quali vive una dimensione corale. Nel corso del film, dopo il carcere e quando il popolo matura lo scollamento dalla realtà, fissa le sue idee. Solo successivamente riabbraccia il fucile e rinasce il suo furore. Come gli altri, è un personaggio colossale da cui all'inizio ho preso distanza, ma che ha del mito qualcosa di fondante, al punto che l'ho tratto come un personaggio appartenente al teatro, non lontano da noi. Domenico parla una lingua che rischia di sembrare differente se non ci si mette in sintonia in maniera più intima. Più che prepararmi, mi sono fidato molto della musica, come il film, che ricostruisce un libretto all'altezza di Verdi e Bellini. Il cinema in fondo nasce dal melodramma. La mia preparazione passa attraverso questo furore e questo patriottismo!
Valerio Binasco: Quando ho letto il copione mi sono ritrovato con un personaggio sprofondato lentamente nell'inferno per una causa giusta, che è l'unità della patria, ma anche per la terribile colpa di un "Caino". Ho voluto molto bene a questo personaggio un po' bastardo! Sono entrato con questo personaggio nella parte più solitaria di me, involontariamente, e mi ha emozionato il pensiero di fare il terrorista, pensiero che mi aveva quasi ossessionato in questi anni. E' stato anche un viaggio nella rabbia e nell'ingiustizia dalla parte giusta ma nei panni di un uomo sbagliato.
Luca Zingaretti: Il mio percorso è stato semplice perché quando c'è un personaggio storico da interpretare è importante scegliersi, d'accordo col regista, un colore dominante. Ho cercato di rendere ambiguo il mio Crispi, di renderlo liquido!
Luca Barbareschi: Avevo sottovalutato l'operazione di Mario quando mi ha chiesto di parteciparvi. Per me è stata un'emozione doppia perché da politico è stato buffo ritrovarmi in un film molto coraggioso, onesto intellettualmente e importante per quello che sta succedendo oggi. Spero che milioni di persone lo vedranno perché questo Paese, senza memoria, non va da nessuna parte. Gallenga è stato un deputato, un giornalista, un traditore e io ho cercato di metterci anche la mia esperienza politica. Vedendo Mazzini mi è venuto in mente Toni Negri: la storia può essere vista da tanti punti diversi! Il mio personaggio mi ha dato modo di rivivere una parte della storia importante. Penso che nessun movimento politico possa fare qualcosa senza uno stimolo culturale e quindi sono grato a Martone per aver realizzato questo film.

Da dove nasce l'idea d'inserire tra i personaggi Cristina Belgiojoso, che è così poco conosciuta?
Noi credevamo di Mario Martone. Francesca Inaudi (Cristina di Belgiojoso giovane). Mario Martone: Quando abbiamo iniziato a lavorare sul film ci sono venute incontro inevitabilmente tantissime figure maschili... Noi credevamo è un film maschile! Mi sembrava importante individuare un personaggio femminile, ma avevo bene in mente che fosse una donna con una propria idea politica, in rapporto dialettico con i personaggi maschili del film. Mi sono imbattuto in questo personaggio e l'ho proposto a Giancarlo ritenendolo un personaggio meraviglioso che meriterebbe un film a parte. Francesca Inaudi ha saputo restituire la sua lingua senza imbalsamarla. A Cristina Belgiojoso sono dedicate non poche strade e credo che la sua fosse una posizione molto avanzata sia nei confronti di Mazzini sia di Cavour, cosa molto significativa.

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