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Recensione Djeca (2012)

Le vittime (viventi) di una guerra

a cura di pubblicato il 21 maggio 2012
La sicurezza che la regista mostra nel mettere in scena la sua storia, oltre ad essere un dato importante per un'autrice giunta solo al suo secondo lungometraggio, rappresenta la conferma di una sensibilità di assoluto livello, la dimostrazione di una padronanza tecnica tutta al servizio del racconto.
Le vittime (viventi) di una guerra
Rahima, 23 anni, e Nedim, 14, sono due fratelli rimasti orfani durante la guerra di Bosnia. I due ragazzi vivono in una Sarajevo che, a più di un decennio di distanza, non è ancora riuscita a lasciarsi alle spalle le ferite del conflitto, vivendo una perenne transizione che implica difficoltà economiche e disagio sociale; Rahima, che ha da poco iniziato a cercare conforto nella religione musulmana, lavora come cuoca in un ristorante gestito da un uomo violento e meschino, mentre Nedim si trova spesso coinvolto in risse con i suoi compagni di scuola, che lo discriminano perché orfano. Quando il ragazzo litiga con il figlio di un potente uomo politico locale, e la direzione della scuola minaccia di cacciarlo, Rahima vede il concreto rischio che suo fratello venga allontanato da lei e affidato ai servizi sociali; cerca così di parlare con lui, ma Nedim sembra essersi costruito attorno una corazza inespugnabile. Inoltre, la scoperta di alcune frequentazioni del ragazzo, e di certe sue attività di cui Rahima era all'oscuro, fanno capire alla giovane quanto poco, in realtà, lei sappia della vita di suo fratello...

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Djeca: Ismir Gagula in una scena tratta dal film Dopo il suo primo lungometraggio Snijeg, vincitore nel 2008 del premio della Semaine de la critique a Cannes, la regista bosniaca Aida Begic torna sulla Croisette (nella sezione Un certain regard) con questo Djeca. Un film che esplora una realtà dura, quasi rimossa dal cinema, come quella delle difficili condizioni di vita della popolazione di Sarajevo dopo il conflitto degli anni '90; una città che in un quindicennio non è ancora riuscita a ritrovare se stessa, e in cui le persistenti ferite provocate dalla guerra (soprattutto quelle di coloro che in essa hanno perso i propri affetti) si sono andate a sommare alla crisi economica del 2008, che ha compromesso definitivamente un tessuto economico già fragile. Così, nel film della Begic troviamo due personaggi costretti a tirare avanti, contando solo sulle proprie forze, all'interno di una realtà sociale difficile, in cui il solo fatto di essere orfani sembra quasi rappresentare una colpa; un motivo di discriminazione e diffidenza presso una popolazione che cerca di lasciarsi alle spalle le tragedie del conflitto rimuovendone i segni esteriori. La macchina da presa della regista, portata spesso a spalla, segue la giovane Rahima in lunghi piani sequenza che la accompagnano nella sua lotta quotidiana per badare a sé e a suo fratello, dal luogo di lavoro ai duri confronti con Nedim, con la graduale scoperta di quei lati della vita del ragazzo che si accorge solo ora di non conoscere.

Djeca (Children of Sarajevo), Marija Pikic e Nikola Djuricko in una scena tratta dal film E' diretto con sicurezza e misura, Djeca, con una fotografia di grande impatto che restituisce, dando il meglio nelle sequenze notturne, la realtà di una città alla deriva, tra disagio e nuovi potentati politici e criminali; alternando, inoltre, le scene di finzione con immagini di repertorio dei giorni del conflitto (e di quelli immediatamente successivi), con quelle sequenze sgranate tratte da vecchie videocassette che in pochi minuti dicono molto su ciò che la popolazione dovette subire in quei giorni, sulle sue sofferenze e sulle sue speranze (disattese) nel periodo successivo alla fine della guerra. Il film si giova di una scrittura di grande equilibrio e realismo, in cui il disagio, la rabbia ma anche le speranze dei due giovani protagonisti trovano il persistente contraltare di una realtà che, piuttosto che restituir loro un po' di ciò che gli ha sottratto, sembra insofferente per la loro stessa esistenza. La sicurezza che la regista mostra nel mettere in scena la sua storia, oltre ad essere un dato importante per un'autrice giunta solo al suo secondo lungometraggio, rappresenta la conferma di una sensibilità registica di assoluto livello, la dimostrazione di una padronanza tecnica che viene messa, grazie a un'ottima sceneggiatura, tutta al servizio del racconto. Racconto che si giova anche di due ottime interpretazioni (gli intensi Marija Pikic e Ismir Gagula) e che riesce, nel finale, a gettare un po' di luce e speranza su un quadro che resta cupo e incerto. Comunque quanto basta, per i due giovani protagonisti, per darsi una nuova ragione per affrontare il futuro, a testa alta.
7.5 Voto del redattore
la pagella della redazione

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