Recensione Che (2008)

Due aspetti delle battaglie di una delle più grandi personalità del ventesimo secolo, due momenti diversi della vita di un vero e proprio mito che rivive in modo assolutamente naturale nell'interpretazione straordinaria di Benicio Del Toro.

Double feature per un mito

Che Steven Soderbergh sia un regista poliedrico non ci sono dubbi: lo ho dimostrato nel tempo spaziando nei generi cinematografici più disparati, mantenendo sempre il controllo su molti aspetti della realizzazione di un film, dalla regia alla sceneggiatore, dalla produzione alla fotografia. E' anche un regista di talento, anche se non propriamente amato, che sa rischiare e compiere scelte coraggiose proprio come questa di Che, pellicola dalla durata di quattro ore e mezzo montata appositamente per concorrere alla Palma d'oro, ma in realtà concepita come due pellicole separate, Che - L'argentino (The Argentine) e Che - Guerriglia (Guerrilla). Anche la versione proposta qui a Cannes era in realtà divisa in due parti, con tanto di provvidenziale intervallo, e quindi ci verrebbe da pensare che in realtà anche le due pellicole autonome siano già pronte, ma considerate le voci di corridoio - avallate dal fatto che al film ancora mancano i credits sia iniziali che finali - che vogliono che il lavoro di montaggio sia stato in realtà terminato non più di un paio di giorni fa, ci permettiamo di considerare questo Che a tutti gli effetti un unico film, impossibile da valutare se non nella sua totalità.

La prima parte dell'opera si concentra sulla storia di Ernesto Guevara attraverso due piani temporali che spesso si intrecciano: quello che segue la storia dell'incontro con Fidel Castro a Città del Messico nel 1956, la partenza verso Cuba in ottantadue rivoluzionari, la nascita del Movimento del 26 di luglio fino alla fuga del dittatore Batista dall'isola il 1 gennaio 1959; e la breve permanenza a New York nel dicembre del 1964 - con l'intervento all'assemblea dell'ONU in qualità di capo della delegazione cubana e un'intervista presso una televisione statunitense - che ci permette di conoscere meglio anche il Che politico e ministro degli anni subito successivi al trionfo della rivoluzione. Le scene ambientate nella Grande Mela sono in bianco e nero, a garantire anche un senso di continuità e familiarità con le reali immagini di reportorio che tutti noi abbiamo visto almeno una volta, mentre tutta la rivoluzione armata è filmata a colori con l'utilizzo quasi esclusivo di illuminazione naturale e una nuova innovativa macchina digitale - chiamata RED - che garantisce la stessa resa delle riprese in 35 mm e che riesce così a rendere al meglio i colori della natura e delle cittadine cubane. I tre anni di guerriglia cominciati nella parte sudorientale dell'isola e conclusa con la decisiva battaglia di Santa Clara, dove il Che guidò una squadra suicida di 320 uomini e riuscì a conquistare la città e soprattutto a catturare un treno pieno di rinforzi e rifornimenti, sono molto ben documentati non solo dalla ricchezza di particolari ma anche dalle motivazioni, le soluzioni tattiche, le scelte politiche e umane del Che, di Fidel e dei tanti personaggi - tutti ben caratterizzati - che compongo il gruppo.

Con la seconda parte facciamo un salto in avanti direttamente al 1967: del Che non si hanno notizie da diversi mesi, tutto il mondo si chiede dove sia, mentre Fidel annuncia al suo popolo che il Comandante argentino ha dato le dimissioni da ministro e ha lasciato Cuba "per servire la rivoluzione in altre parti dell'America Latina". In realtà quando lo reincontriamo il Che, sebbene irriconoscibile, è proprio a Cuba a trascorrere gli ultimi momenti con i figli e la seconda moglie Aleida (il loro incontro è mostrato nell'altro film, prima e durante la battaglia di Santa Clara) prima di partire in incognito per la Bolivia dove, con l'aiuto del governo cubano, sta organizzando un nuovo esercito e una nuova rivoluzione. Anche qui ci vengono presentati i nuovi compagni di avventura tra cui Tania, ex agente segreto cubano, ma da subito è evidente come le cose siano molto diverse rispetto a quanto visto sulla Isla Grande. La CIA è infatti alle calcagna del Che e batte ogni possibile traccia della sua presenza in paesi sudamericani; prima ancora che l'esercito dei guerriglieri sia pronto, quello boliviano ha da subito il supporto degli Stati Uniti e quando l'identità di Tania, che lavorava in incognito a La Paz, viene scoperta, la missione si trasforma in un inevitabile fallimento.

Soderbergh sceglie, per questa seconda parte, una fotografia più cupa e oppressiva che ben rende l'inevitabilità della sconfitta, e anche il personaggio del Che, benchè a capo della guerriglia, si dimostra meno centrale rispetto alla parte precedente, oltre che più fragile e pessimista. Quello che conta in una battaglia sono le motivazioni e la volontà di chi vi combatte, questo diceva Guevera alla giornalista newyorchese nella prima metà del film, ed è una frase che ci torna in mente nella giungla boliviana tanto forte è il contrasto con la rivoluzione cubana.

Due aspetti delle battaglie di una delle più grandi personalità del ventesimo secolo, due momenti diversi della vita di un vero e proprio mito che rivive in modo assolutamente naturale nell'interpretazione straordinaria di Benicio Del Toro, molto fisica ma anche più introspettiva di quanto ci si poteva aspettare: il suo Che è un uomo silenzioso e non diverso da tanti dei suoi compagni, se non forse per la sua spiccata umanità; non un eroe, non un'icona o un simbolo, ma semplicemente un uomo con i suoi pregi, i suoi difetti, le sue vittorie e le sue sconfitte. Un uomo che però - soprattutto in un periodo in cui le biopic sembrano andare per la maggiore - necessitava di un'opera imponente e importante e l'opera di Soderbergh colma, almeno in parte, questo vuoto. Anche se l'anima e la memoria del Che è impossibile da contenenere in un film solo, e nemmeno in due.

Movieplayer.it

4.0/5