Recensione L'incredibile storia di Winter il delfino (2011)

L'elemento della crescita, l'evoluzione caratteriale e l'acquisizione di maggior consapevolezza sono le fondamenta di un'architettura narrativa progettata interamente intorno all'incontro/confronto tra la purezza del mondo animale e l'inadeguatezza inespressa di quello infantile.

Chi trova un delfino trova un tesoro

"Solo al Delfino la natura ha donato ciò che ricerca il migliore dei filosofi: l'amicizia disinteressata. Benché non abbia alcun bisogno dell'uomo, egli è amico fedele e numerosi sono quelli che ha aiutato". In questo modo Plutarco descrive l'unione quasi ancestrale tra l'umanità e il più nobile dei cetacei che, nel corso dei secoli, ha dato forma a leggende, miti e storie di quotidiana eccezionalità. Una sorta di affinità elettiva naturale destinata a mutare anche l'esistenza del giovane Sawyer Nelson, ragazzino perennemente immerso nella sua solitudine, in seguito all'incontro con Winter, una femmina di delfino rimasta impigliata con la coda a una trappola per granchi. Privo di una figura paterna di riferimento e tendenzialmente impaurito dalla realtà che lo circonda, Sawyer si prepara a vivere una delle estati più emozionanti della sua vita acquistando sicurezza ed entusiasmo nel nome di un legame inaspettato. Così, trasformata in un simbolo per tutti i portatori di handicap grazie alla sua coda "meccanica", Winter offre a se stessa e al suo giovane amico una seconda possibilità nel nome di un nuovo legame d'amore.


Secondo il regista tedesco Thor Freudenthal (Hotel Bau), i cani riescono a bucare le schermo grazie alla loro incredibile personalità. Un talento indiscutibile che gli interpreti a quattro zampe sembrano però dover dividere e condividere con gli altrettanto fascinosi collegi dalle pinne argentate. Sarà per questo che, da RinTinTin a Free Willy, la storia della cinematografia per ragazzi pullula di attori provenienti dal regno animale capaci di dar voce a emozioni e sentimenti con una naturalezza spesso impossibile da riprodurre anche per la più talentuosa stella di Hollywood. Partendo da queste considerazioni, l'appeal naturale di Winter e la potenzialità narrativa della sua storia personale non potevano cerco lasciare indifferenti le alte sfere produttive dell'entertainment. Menomato della coda in seguito ad un incidente con una rete di pescatori, nel 2005 il delfino è stato affidato al Clearwater Marine Aquarium che, dopo una lotta durata più di un anno per salvarlo da morte certa, è riuscito a regalare al suo nuovo ospite il piacere di nuotare nuovamente grazie allo sforzo di un team di esperti in protesi.

Così, dotata di una drammaturgia naturale, la vicenda narrata ha mosso l'opinione pubblica e ha acceso i motori delle macchine da presa del regista Charles Martin Smith che, dopo un passato da attore (American Graffiti, Gli Intoccabili), afferra l'occasione di firmare L'incredibile storia di Winter il delfino, un film certo non indimenticabile ma perfettamente rispettoso dei canoni del genere. A rendere plausibile e possibile il passaggio dalla cronaca televisiva locale alla grandiosità del grande schermo è soprattutto un restyling di sostanza con cui rendere la realtà funzionale alla finzione. In questo modo, pur mantenendo intatto il cuore della vicenda, gli sceneggiatori Karen Janszen e Noam Dromi aggiungono particolari di contorno che, lontani dall'essere semplicemente formali, determinano dichiaratamente lo stile e la struttura di un prodotto dedicato al pubblico più giovane. L'elemento della crescita, l'evoluzione caratteriale e l'acquisizione di maggior consapevolezza sono le fondamenta di un'architettura narrativa progettata interamente intorno all'incontro/confronto tra la purezza del mondo animale e l'inadeguatezza inespressa di quello infantile. Se a questo viaggio d'iniziazione alla vita, poi, si aggiunge la presenza dell'argenteo Winter nei "panni" di se stesso e il tocco dell'irrinunciabile 3D, si completa la struttura di un prodotto che, pur nascendo da un'attenta progettazione, non rinuncia a un'emotività autentica riuscendo a tenere finalmente sotto controllo la retorica un po' stantia e decisamente anacronistica della cinematografia dei buoni sentimenti.

Movieplayer.it

3.0/5