Recensione La custode di mia sorella (2009)

La principale scommessa vinta da Nick Cassavetes riguarda il ruolo della madre che lotta con tutte le sue forze per tenere in vita la figlia malata terminale. Invece di puntare sul sicuro con le solite facce da Oscar, il regista sceglie la bionda Cameron Diaz che lo ricompensa con una convincente performance.

Affari di famiglia

Nick Cassavetes è un regista capace di dare un'impronta personale ai suoi lavori, anche a quelli più convenzionali. Il suo cinema è ben lungi dall'essere perfetto e il confronto con un genitore come il compianto John Cassavetes pesa come un macigno. Forse proprio per evitare questo confronto, Cassavetes Jr. si è dedicato prettamente a un cinema di genere, per lo più melodrammatico, dando il meglio di sé in opere come Una donna molto speciale, omaggio alla madre, la straordinaria Gena Rowlands, o come l'interessante Alpha Dog, indagine sulla delinquenza giovanile ispirata a una storia vera e supportata da un incredibile cast in cui spicca Emile Hirsch. Con La custode di mia sorella Cassavetes fa un passo indietro, abbandonando l'innovazione stilistica del lavoro precedente per fare ritorno a un'opera più convenzionale sia nella forma che nei contenuti. Ispirato al romanzo omonimo di Jodi Picoult, il film esplora il dolore di una famiglia abituata da anni a convivere con la malattia. Mantenendo inalterata la struttura del libro, a narrare la vicenda in prima persona è l'undicenne Anna, figlia geneticamente controllata concepita dai genitori per salvare la vita con il suo sangue e il suo midollo alla sorella maggiore affetta da una rara forma di leucemia. Quando Kate si aggrava, Anna decide a sorpresa di cessare di fornire organi alla sorella e di riprendere il controllo del proprio corpo rivolgendosi a un avvocato per chiedere l'indipendenza medica dalla famiglia.

A incarnare la volitiva Anna è l'ormai celebre Abigail Breslin, che si è fatta notare proprio qui a Locarno tre anni fa con lo straordinario Little Miss Sunshine. Inaspettatamente, però, a rubare la scena alla Breslin (la cui parte, a dispetto delle previsioni, è abbastanza ridotta) è la collega Sofia Vassilieva, giovane e talentuosa attrice di formazione televisiva chiamata a interpretare il ruolo delicato e complesso della sofferente Kate. La presenza di Kate si fa predominante proprio in virtù della struttura del film, che procede per flashback progressivi necessari a ricostruire la sua vicenda medica e personale. A fungere da collante intervie­ne talvolta la voce narrante di Anna, voce usata dal regista con parsimonia, ma non abbastanza da non farci ritenere la sua sua presenza superflua, soprattutto nel finale piuttosto convenzionale. Molto meno convenzionale si dimostra, invece, il corpo centrale del film scandito da un andamento narrativo che si focalizza sulle tappe più significative della storia senza indulgere nel classico pietismo, trappola dalla quale era arduo sfuggire con una materia così drammatica nelle mani.
La principale scommessa vinta da Cassavetes riguarda, però, il ruolo della madre che lotta con tutte le sue forze per tenere in vita la figlia malata terminale, anche contro la sua volontà, un ruolo impegnativo, fulcro della vicenda. Invece di puntare sul sicuro con le solite facce da Oscar, il regista ha scelto Cameron Diaz, diva da commedia sentimentale o bionda stangona califoniana all'occorrenza, un'attrice che poche volte aveva osato allontanarsi dallo stereotipo a cui il suo fisico da top model l'ha condannata per osare qualcosa di diverso (ci aveva provato nel surreale Essere John Malkovich dove però la dimensione caotico-grottesca che governa lo script e il trucco decisamente mortificante l'avevano risucchiata rendendola praticamente invisibile - non tutte si chiamano Charlize Theron!). In questo caso la bella Cameron, ormai sulla soglia della maturità, ha ricompensato la fiducia del regista con una performance di alto livello, convincente, toccante, piena della stessa energica rabbia che vivono tutti i genitori nella situazione di Sara Fitzgerald. Come in ogni dramma che si rispetti sono le donne a farla da padrone e gli uomini (il padre e il fratello di Anna e Kate) vengono relegati in secondo piano svolgendo il compitino che gli è stato assegnato senza infamia e senza lode. Degna di nota, invece, la performance di un appesantito Alec Baldwin che sta vivendo una seconda rinascita artistica interpretando piccoli, ma interessanti ruoli caricaturali e sopra le righe in cui l'attore dà il meglio di sé (vedi Elizabethtown o Dick e Jane: Operazione furto), e che con la sua brillante caratterizzazione dell'avvocato di grido col cane al seguito riesce a strappare qualche risata in una pellicola per il resto tutt'altro che ilare.

Movieplayer.it

3.0/5